Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il senso della vita, nel consumarsi dell’attesa.

di Lorenzo Peluso.

“Cosa dà senso alla mia vita? Nulla”. Insomma è una corsa quotidiana a consumare il tempo nell’illusione di una meta che poi, per la natura stessa dell’inconsistenza del vivere, neppure mai si raggiungerà? Non fa male leggere Elogio del nulla, di Christian Bobin, uno scrittore e poeta francese, poco conosciuto in Italia. Sembra, ma io ne sono certo, che siamo tutti alla ricerca quotidiana del senso della vita. Lo facciamo perché è chiaro che occorre dare un senso al nostro vivere. Bobin però ribalta ogni convinzione consolidata sul tema e propone un’altra sconvolgente visione: non occorre dare senso alla vita perché le nostre vite sono perdute da sempre, perché continuano a svanire momento dopo momento. Insomma, una conclusione che rende tutto improvvisamente senza senso. Occorre fermarsi, respirare profondamente, poi chiedersi allora: cosa ci dà vita? Di impatto, siamo soliti viaggiare in questa esplorazione dell’io, addentrandoci in meandri complessi della nostra anima. Lo facciamo al punto di non saper neppure descrivere in realtà cosa ci dà vita. Se siamo genitori, d’impeto ci viene quasi automatico rispondere: i figli. Si, loro ci danno vita, in realtà siamo stati noi a dare la vita a loro. Insomma, una sorta di compensazione dell’io, in loro ritroviamo noi stessi. I figli dunque ci danno vita, certo. Cos’altro? Ci dà vita, l’affermazione professionale, l’autorevolezza riconosciuta del nostro posto in società. Si, certo. Anche qui, però, a pensarci bene, se siamo degli illuminati, in realtà siamo noi a dare vita al resto del mondo che ci circonda, con il nostro estro, la nostra passione, le nostre visioni. Anche questa è compensazione dell’io nel noi. Bobin, anche qui però ribalta la certezza del consolidato per spingerci a riflettere su un aspetto che non siamo soliti considerare: ci dà vita, tutto ciò che non è me e mi illumina. Insomma, ci dà vita tutto ciò che ignoriamo e che aspettiamo. Ribaltamento assoluto dei valori in campo, l’attesa, che per sua natura è sofferenza, e se no lo è di certo è spasmodica, opera in noi a nostra insaputa. L’attesa quindi non chiede altro che lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno. L’attesa è forse la speranza della sorpresa? Insomma, vale l’attesa perché ciò che speriamo, mentre viviamo consapevoli che tutto è sempre insperato, magari venga sconvolto, stravolto dalla sorpresa. Speriamo dunque, in silenzio, perché la vera formula dell’attendere è certamente la capacità del non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Bobin suggerisce di non aspettare niente, se non l’inatteso. Sorprendente questo pensiero. Forse è giusto che noi percorriamo il sentiero della vita  accogliendo ogni istante come una buona ventura. Avanziamo nel nostro vivere assaporando il profumo di una pioggia improvvisa, la luce del sole pallido di marzo; le foglie ocra di un albero in autunno. Forse è necessario solo che noi nel mentre dell’attesa, viaggiamo, se pur restando fermi, immobili, smarrendo la nostra mente nel pensiero del viaggio. Forse basta questo, a superare il tempo dell’attesa. Bobin sostiene che “L’arte di camminare è un’arte contemplativa. All’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa”.  Come dire che noi stessi nell’attesa, diventiamo parte integrante del tutto, del nostro vivere ed osservare, del nostro stare silenti ad aspettare. occorre quindi essere consapevole dell’essere solo se stessi. Una farfalla morta, polverizzata dal vento, un tempo è stata una farfalla piena di colori e vita. Ma in realtà, a guardarla con attenzione, una farfalla è bella anche nei suoi colori spenti. Lo è perché lei è una farfalla, dunque nell’essenza del suo essere è bella per sua natura. Tutto è niente, il pensiero è niente. Il mondo: è niente. L’amore non revoca la solitudine. Tutto è niente. Niente di più. E’ l’attesa il senso del tutto, perché poi, quando la sorpresa avrà sedato la nostra attesa, sarà già passato e dunque ricomincia l’attesa nella speranza di una nuova sorpresa. L’uomo, per sua natura dunque è incrostato del pensiero di  volere, sempre ciò che non possiede. Quando non ci sarà più nulla da afferrare, resterà pur sempre l’inafferrabile, ancora da possedere. E’ dunque il viaggio la meta. Il viaggio dell’attesa che di suo è già la nostra straordinaria vita. Solo che questo non possiamo viverlo perché siamo costretti ad aspettare la sorpresa che cambierà, per un solo istante, il tempo dell’attesa.