Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il punto – La condivisione mediatica del dolore non basta!

di Marco Marra.

La condivisione mediatica del dolore non basta! A distanza di una settimana dal drammatico sbarco di migranti a Salerno e il rinvenimento di 26 cadaveri, capiamo dove affondano le radici dell’ennesima tragedia del Mediterraneo. Il mese di novembre è stato inaugurato da un luttuoso episodio che ha scosso gli animi di un’intera nazione: lo sbarco di 375 persone nel porto di Salerno, tra cui 26 salme di donne giovanissime. La notizia in poco tempo ha avuto un notevole risalto mediatico. Un tam tam di immagini ed interviste, rubate qua e là nel porto della cittadina campana, hanno riacceso il dibattito sulla tristemente “famosa” rotta del Mediterraneo. Che da qualche mese sembrava essere stata debellata dal Decreto Minniti. In realtà tale provvedimento non ha fatto altro che “legittimare” le violenze fuori dai confini italiani ed europei. A seguito dello sbarco salernitano sembrerebbe che l’Italia abbia ripreso coscienza, dopo aver steso un velo di negligenza con il provvedimento sopracitato, di ciò che accade a sud della Sicilia quotidianamente. Lo sbarco di Salerno, che non ha nulla a che fare con quello trionfale e di liberazione del ‘43, invece ci rinchioda ad una triste realtà che nessun decreto, disposizione o legge potrà mai cancellare, ovvero quella della drammaticità legata alle migrazioni che stanno interessando la rotta sud-nord del mondo oramai da quasi un decennio. Le 26 donne trovate esanime dall’equipaggio della nave spagnola “Cantabria”, nave che poi è attraccata al porto di Salerno, non saranno né le prime e né le ultime di un lungo elenco di vittime innocenti delle tratte umane che continuano a scorrere dal Africa centrale al Maghreb o alla vicina Libia per poi solcare le onde del Mediterraneo. “Una strage dell’umanità” è stato il commento a caldo del procuratore di Salerno, Salvatore Malfi. Il clima che aleggiava al molo salernitano era, a detta di molte voci, tetro e malinconico. Evidentemente chi è sopravvissuto dovrà fare i conti con il fardello di ciò che ha subito e o visto. Questi contributi raccolti da chi la settimana scorsa ha vissuto la tragedia di Salerno devono, assolutamente, essere un monito per la società intera. Purtroppo scene come quelle avutesi nel porto della cittadina campana, nel nostro sud e soprattutto in Sicilia, si ripetono tristemente da anni. L’ovattata società occidentale ha preferito chiudere gli occhi innanzi a tali drammi umani che in primis imperversano nei territori di partenza dei cosiddetti “migranti”. Si preferisce dunque avallare provvedimenti che hanno la funzione di limitare la responsabilità degli stati occidentali, nonché con l’obiettivo di spegnere le rivalse xenofobe che ardono incessantemente in tali società. A peggiorare la situazione sono gli accordi che si formano con paesi instabili, dove i concetti di cosmopolitismo e di multiculturalismo sono ben lontani da alcuni modelli virtuosi di casa nostra. Un esempio è l’accordo posto in essere tra Italia e Libia.   Come ha avuto a dire più volte la storica esponente del partito Radicale Italiano, Emma Bonino, il vantarsi da parte del Partito Democratico e delle correnti politiche che orbitano intorno a questi, di aver ridotto il numero degli sbarchi in Italia non è sicuramente qualcosa per cui andare fieri, poiché tutto ciò non ha fatto altro che aumentare e facilitare gli incresciosi e tragici eventi come quello di Salerno. La condivisione mediatica del dolore, dunque, serve a poco se a qualche centinaia di km più a sud delle nostre coste la vita di una adolescente di colore è appesa al filo dell’equilibrio instabile di uno scafista. La società occidentale dovrebbe capire che fin quando si tratteranno temi riguardanti le vite umane in termini percentuali, preservando la patina dell’omertà e degli interessi economici, non ci sarà nulla di tragicamente straordinario in quello vissuto dalla comunità salernitana una settimana fa. O almeno sarà tragico per chi vive bendato a questo mondo. Un grande cambiamento sarebbe senz’altro quello di iniziare a smettere di considerare normale poter morire per mano altrui o nella migliore delle ipotesi annegati in mare. Conoscere e studiare bene le motivazioni per le quali in migliaia lasciano l’Africa o il Medio Oriente alla volta dell’Europa. Evitare di scendere a compromessi con qualsiasi forma di governo incapace di gestire il suo stesso popolo. Questo sì che ci porterebbe, forse, a non piangere più per giovani vite speranzose di libertà spezzate in mare.