Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il punto di vista – Pensiamo al domani ricordando cosa è stato ieri.

di Lorenzo Peluso.

Le scene apocalittiche del sisma che ha colpito i borghi del centro Italia ora, ancora una volta, portano alla mente la fragilità delle nostre abitazioni. Pietre e cemento, sgretolato. Squarci nelle pareti. L’intimità di una famiglia, la riservatezza delle persone, mostrate al mondo così negli scatti impietosi dell’istante che fermano la tragedia. Ora però è il momento degli interrogativi. Delle analisi, le inchieste. Le polemiche.

Chi vive al sud, soprattutto nei piccoli paesini dell’entroterra ed ha qualche anno in più, ricorda perfettamente lo spirito e la frenesia, anche urbanistica, che interessarono un po’ tutti tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80. Io ricordo quelle costruzioni, quei fabbricati che furono sottoposti a un violento restauro per rendere quelle case che parlavano troppo di uno spirito contadino, dai solai con travi in legno e tetti in coppo a finestre non ermetiche e pavimenti in lastrico di cemento, in moderne abitazioni simbolo di un cambiamento radicale di cultura e di società. Ricordo anche quei lavori di ammodernamento, nei centri storici di quegli stessi fabbricati. Quelle travi in legno buttati giù per far posto a magnifici solai in cemento armato arricchiti poi da pavimenti in ceramica. Solai che naturalmente furono ancorati a quei muri perimetrali in pietra. Restauri che per mancanza di soldi, o forse anche per mancanza di conoscenza reale sui sistemi di staticità degli edifici, mancarono in molti casi di quel necessario adeguamento sismico che doveva partire dalle fondamenta. Insomma solai in cemento, molto più pesanti di quelli in travi in legno, appoggiati su quei muri in pietra. Case che lievitarono e che si presentavano dopo il restauro con uno o più piani in elevazione. Case che si presentano ancora oggi con enormi coperture in cemento armato, solai solidi che come cappelli pesanti sono stati posti li a protezione di quel rifugio che è il simbolo stesso della sicurezza e del benessere di una famiglia. Ora però, dopo Amatrice ed i suoi morti, l’interrogativo si ripropone. Quanto sono sicure queste case? Quanto sono pesanti queste case? Reggeranno ad un sisma come quello del 23 novembre 1980? Insomma interrogativi. Vien poi da pensare a quanto siamo consapevoli della qualità statica di queste stesse abitazioni. Occorre pensare a quanto sia necessario, ora più che mai, un Piano di adeguamento sismico vero, concreto. Un Piano che vada ad interessare tutti i fabbricati che, paradossalemente, sono stati oggetto di quell’adeguamento effettuato in quel periodo storico ma che di sicuro, forse, non ha davvero nulla. E’ forse l’ora di destinare risorse economiche per questo progetto di riqualificazione urbanistica concreto che probabilmente ci farà evitare tragedie annunciate. Insomma, piangiamo i morti di Amatrice; ripensiamo e ricordiamo i morti dell’Irpinia. Aiutiamo la popolazione del centro Italia a superare questo momento di grande difficoltà. Pensiamo però al futuro. Pensiamo al domani ricordando cosa è stato ieri.