Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il lungo lavoro di stabilizzazione dell’Afghanistan ora rischia davvero di fallire.

di Lorenzo Peluso

L’attenzione del mondo da tempo è concentrata sulle vicende mediorientali trascurando purtroppo la tragedia che si sta vivendo in Afghanistan. Da mesi infatti le forze talebane, riorganizzate su tutto il territorio, stanno riprendendo il controllo del Paese degli aquiloni. Dopo quindici anni di missione della coalizione internazionale a guida americana, dopo migliaia di soldati occidentali morti, tra questi anche 53 soldati italiani, il lungo lavoro di stabilizzazione dell’Afghanistan ora rischia davvero di fallire nel giro di poche settimane. Tre giorni fa nella provincia settentrionale di Balkh i talebani hanno portato a compimento un attentato devastante. Almeno 150 i morti in una caserma dove un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione e ha aperto il fuoco. Un attacco non casuale in un luogo ed in un momento altamente simbolico. Centinaia di soldati afghani infatti erano impegnati nella preghiera del venerdì al momento dell’attacco. La caserma di Mazar-e-Sharif è un luogo importante, simbolo della presenza dello stato afghano nella provincia settentrionale, il quartier generale del 209esimo reggimento delle forze armate afghane, a presidio del nord del Paese. Un attentato devastante che segue di un mese il drammatico attacco all’ospedale militare di Kabul, dove rimasero uccise 50 persone. La situazione sta sfuggendo di mano al governo di Kabul. Situazione che preoccupa e non poco gli Stati Uniti che hanno fatto arrivare con urgenza nella capitale afghana il segretario alla Difesa Jim Mattis. Una visita non annunciata arrivata a qualche ora di distanza dalla decisione del presidente afghano Ashraf Ghani di dimissionare il ministro della Difesa afghano, e del capo di Stato Maggiore. Cambio di comando e cambio di strategia con una presenza americana in teatro da ridefinire in termini di uomini e di supporto. Si inquadra in questo contesto anche l’esplosione due settimane fa della Massive Ordnance Air Blast Bomb (Maob), il più potente ordigno non atomico mai utilizzato dagli Stati Uniti, sganciato dagli aerei USA nel distretto di Achin nella provincia orientale di Nangarhar. Un ordigno considerato la “madre di tutte le bombe” del peso di 9,800 chili e dal costo stratosferico di 16 milioni di dollari utilizzato per distruggere “tre covi dell’Isis, una serie di bunker e tunnel profondi, oltre a molte armi e munizioni” così aveva chiarito il ministero della Difesa di Kabul. Insomma in Afghanistan sta per cambiare tutto, nuovamente. Un passo indietro da parte del presidente USA Donald Trump che all’inizio della sua presidenza aveva annunciato un disinteresse per l’Afghanistan. Ora il cambio netto di strategia preannunciato anche dalla visita del generale americano Herbert R McMaster che ha addirittura passato in Afghanistan la Pasqua.