Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il ginepraio di fondamentalisti del Sahel in attesa che arrivino i militari italiani.

di Lorenzo Peluso.

Una ventina di capi di Stato e di governo si riuniranno oggi a Bruxelles per rafforzare il loro sostegno politico e finanziario alla forza del G5 Sahel (formata da Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad) impegnata contro i gruppi armati attivi nella regione. Gruppi che sono aumentati, sia di numero che per complessità dei loro rapporti, dalla rivolta scoppiata nel 2012 nel nord del Mali. Alcune delle organizzazioni del Mali hanno firmato un accordo di pace nel 2015, ma l’applicazione di tale intesa è stata molto rallentata, mentre è cresciuta l’insicurezza nel Paese, soprattutto nella regione centrale del Mali, dove sono emersi nuovi elementi jihadisti, attivi anche ai confini con Burkina Faso e Niger. Nel frattempo in Nigeria e in alcuni Paesi confinanti continua ad operare l’organizzazione jihadista Boko Haram. Per comprendere al meglio cosa accade in questo pezzo d’Africa è opportuno ricordare quali sono ad oggi i gruppi attivi nel Sahel, a partire dai due che nel 2015 hanno firmato l’accordo di pace per il Mali: innazitutto il Coordinamento dei movimenti dell’Azawad, (Cma), una sorta di coalizione di ex movimenti ribelli con interessi condivisi, come l’autodeterminazione. Azawad era il nome dato allo Stato non riconosciuto e di breve vita creato nel Nord del Mali nel 2012 dai separatisti del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla). Il Cma comprende anche il Movimento arabo dell’Azawad (Maa) e l’Alto Comitato per l’Unità dell’Azawad (Hcua). Nell’area poi ageisce anche la cosiddetta Piattaforma dei gruppi Armati, in sostanza si tratta di diversi gruppi nominalmente filogovernativi, con l’obiettivo di difendere la sovranità territoriale del Mali, che in alcune occasioni hanno combattuto a fianco dell’esercito. La piattaforma comprende il Gruppo di autodifesa tuareg Imrad e i suoi alleati, una sezione del Movimento arabo dell’Azawad e il Coordinamento dei movimenti e del Fronte patriottico di resistenza (Cm-Fpr). Dalla firma dell’accordo di pace sono scoppiati spesso scontri tra le due organizzazioni, che hanno rinviato l’applicazione dell’intesa, aggravando la situazione dei civili e favorendo i gruppi jihadisti. Le tensioni si sono smorzate dopo la firma di un cessate il fuoco, nel settembre 2017. Ex ribelli scontenti della gestione del processo di pace condotto dalla Cma hanno dato vita a nuovi gruppi basati su geografia e comunità. Meglio inquadrati come il Congresso per la giustizia dell’Azawad nella regione di Timbuktù; poi anche il Movimento per la salvezza dell’Azawad nella regione orientale di Menaka; nonchè la Dissidente della CM-FPR. Questi nuovi gruppi sono stati esclusi da alcuni meccanismi del processo di pace, nonostante le loro capacità militari e la popolazione che rappresentano. Tuttavia, proprio all’inizio del mese il Gruppo di autodifesa tuareg Imrad e i suoi alleati hanno definito impossibile risolvere la crisi del Mali secondo i termini dell’accordo 2015, sollecitando un dialogo più inclusivo. Ma non finisce qui perchè nell’area operano anche i gruppi jihadisti che nella regione sono: Jamaat nosrat Al-Islam Wal-Mouslimin, (Gruppo per il sostegno dell’islam e dei musulmani) nato dall’alleanza annunciata nel marzo 2017 dai gruppi Ansar Dine, Macina Liberation Front, Al-Mourabitoun e dall’ala sahariana di Al Qaida nel Maghreb islamico. L’alleanza si è presentata come il ramo ufficiale di Al Qaida in Mali e come tale ha consolidato la propria presenza nel Sahel. Il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha detto il 26 dicembre scorso al Consiglio di sicurezza che dalla nascita di questa alleanza “i gruppi terroristici (in Mali) sembrano aver migliorato le proprie capacità operative e aver ampliato la loro zona di operazioni, portando a un aumento del numero di vittime degli attacchi terrorisici”. Non possiamo dimenticare poi i terroristi dello Stato Islamico del grande Sahara, nato nel 2015 su iniziativa del portavoce dell’ormai defunto Movimento per l’unità e la jihad in Africa occidentale, nel 2016 è stato ufficialmente riconosciuto dall’Isis come propria branca nel Sahel. Il gruppo è attivo nella regione in cui si incontrano i confini di Mali, Niger e Burkina Faso, ha combattuto contro forze internazionali e gruppi armati locali e ha ottenuto grande notorietà con l’attacco dell’ottobre 2017 a un’unità di forze speciali statunitensi e nigerine, in cui sono rimasti uccisi cinque nigerini e quattro americani. Nell’area anche le pressioni di Boko Haram, creato nel Nord della Nigeria nel 2002, ha iniziato la sua rivolta violenta nel 2009 che negli anni si è allargata ai vicini Camerun, Niger e Ciad. Altro gruppo molto pericoloso è quello di Ansarul Islam, (Difensori dell’Islam): si tratta di un’organizzazione che riunisce i combattenti jihadisti in Burkina Faso, emersa nel dicembre 2016 con la rivendicazione di un attacco a una base militare nel Nord-Est, costato la vita a 12 agenti dell’antiterrorismo. Da allora il gruppo è rimasto coinvolto in decine ai attacchi contro civili e personale militare. Il leader del gruppo, Ibrahim Dicko, avrebbe combattuto in passato nel Movimento per l’unità e la Jihad in Africa occidentale nel vicino Mali. Nonostante il nome, ha sottolineato di recente il think tank International Crisis Group, il gruppo “rappresenta tanto una rivolta sociale che un movimento religioso”. Oltre al jihadismo, gli elementi che alimentano le dinamiche conflittuali del Sahel comprendono rivalità di vecchia data e spesso violente, traffici e attività di autodifesa. Gruppi jihadisti come l’Isis nel Grande Sahara comprendono nelle loro file numerosi membri della comunità Fulani del Niger, da tempo in conflitto con i tuareg in Mali. “La violenza jihadista spesso si intreccia con le tensioni tra le comunità locali per il controllo delle risorse naturali e dei traffici, rendendo così difficile distinguere la vera natura e le motivazioni di molti incidenti”, ha scritto International Crisis Group dopo l’attacco di ottobre in Niger. La rivalità vista tra l’Isis e al Qaida in altre zone del mondo sembra invece assente nel Sahel, dove, secondo il rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite, il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani e l’Isis nel Grande Sahara “opererebbero in parallelo e forse cooperando”. Uno scenario molto complesso dove andranno ad operare i carabinieri e i militari dell’Esercito Italiano inquadrati nella missione Niger.