Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il futuro delle BCC passa da una riforma della “Riforma”.

di Lorenzo Peluso.

Vien da chiedersi se non è il caso di mettere in atto una riforma della “Riforma”. Di cosa parliamo? parliamo del futuro del Credito Cooperativo in Italia. Insomma è opportuno, analizzando lo stato dell’arte, comprendere se la legge 49/2016 di riforma delle Banche di Credito Cooperativo, delle Casse Rurali e delle Raiffeisen Casse è davvero ciò che serve per migliorare l’efficienza del sistema delle Bcc nel nostro Paese. Occorre innanzitutto ricordare che la rete del Credito Cooperativo in Italia conta su almeno un milione e 276mila soci con una capitalizzazione di un miliardo e 400 milioni di euro. Un sistema finanziario di assoluto rilievo che è l’ossatura stessa del paese, considerando che le BCC sono le cosiddette Banche di prossimità. Certo, questo va detto, anche le Bcc hanno pagato a caro prezzo gli effetti della  crisi del credito, soprattutto nel periodo  2011/12 creando una condizione difficile per decine di piccole BCC che si sono trovate in situazione di dissesto. Questo è un punto inamovibile di analisi per comprendere il contesto. In realtà proprio per questi motivi la Banca d’Italia spinse con notevoli sollecitazioni la rete BCC ad autoriformarsi con la conseguenza che poi il Governo Renzi promosse un percorso di stabilizzazione mediante concentrazioni. Nel 2016 la riforma che poi sarebbe diventata legge concepisce la soluzione dell’aggregazione in strutture capogruppo. E’ qui il primo punto debole della cosiddetta riforma. Alle capogruppo infatti si attribuisce il potere di vita, o di morte, sulle piccole banche aderenti trasformate in vere e proprie dipendenze della capogruppo. Il percorso, se pur si percepisce lento, ha invece sortito effetti immediati, al punto che a seguito della Legge 49 si sono costituite due aggregazioni che accumulano ciascuna più di 30 miliardi di euro di attivo. Una dimensione finanziaria che ne trasferirà la vigilanza alla Bce, che con i suoi stress-test, nel tempo potrebbe costringere ad ulteriori concentrazioni, o acquisizioni. Da qui, un ulteriore elemento di riflessione. Se il vero obiettivo della riforma era proprio quello di attrarre ulteriore capitale alle aggregazioni delle Bcc, senza volerlo, o forse no, si è spinto il sistema delle piccole banche di prossimità ad entrare nel vorticoso mondo dei capitali estranei, insomma risorse finanziarie di investimento, che per la loro natura, nulla hanno a che vedere con il credito cooperativo. Un tentativo, che non può dare risposte concrete, di trasformare “il ranocchio in principessa”, ma uccidendo contestualmente l’anima del ranocchio. Perdonate la metafora. Dunque ora cosa fare? Lo stallo in cui versa la situazione impone di rivedere il tutto, ed anche in fretta. Occorre dunque trovare una alternativa. Un’ipotesi su cui illuminati conoscitori del sistema del credito cooperativo stanno lavorando, è il caso di Andrea Sacco Ginevri, Assistant Professor Università Luiss di Roma, propende per la possibilità di un incrocio di capitali tra banche aderenti allo stesso gruppo, in modo da stabilizzare gli istituti più deboli con le risorse di chi sta meglio. Invece la normativa approvata nel luglio 2018 conferma sostanzialmente lo stesso orientamento della legge 49, solo parzialmente attenuato nel Decreto Milleproroghe. La costituzione di gruppi a carattere regionale, ad esempio, potrebbe consentire un adeguamento della stabilità finanziaria, compendiando il radicamento territoriale. E la vigilanza resterebbe in capo a Banca d’Italia. Un’ipotesi interessante, senza dubbio. La questione però rimane aperta in quanto la Legge 49 per sua natura è destinata a cambiare l’oggetto sociale delle Bcc e contestualmente non consente ai soci dissenziente di recedere e riavere il proprio capitale versato. Un’imposizione che, ad analizzare anche le sfaccettature del diritto di associazione costituzionalmente riconosciuto, è palesemente una lesione. In tale articolato ambito costituzionale, va ricordato tuttavia che  una recente sentenza della suprema corte, ha riconosciuto la possibilità di limitare, o sospendere, il rimborso delle quote individuali per ragioni di stabilità finanziaria. Pur vero è che l’articolo 45 della Costituzione, stabilisce un favore per le attività economiche cooperative a carattere mutualistico, mentre la riforma della Legge 49 (all’art. 41) pare in contrasto con questo principio. Anche l’articolo 118 della Costituzione promuove ogni forma di aggregazione finalizzata all’interesse collettivo e ancora una volta l’art. 45 della Legge 49 pare trovarsi in contrasto, quando afferma il solo principio della stabilità finanziaria. E’ questo il punto nodale su cui è necessario che il governo Conte ora trovi una sua visione del futuro del Credito cooperativo. In ballo non solo c’è la storia e la tradizione del sistema bancario meglio radicato sul territorio nazionale, ma soprattutto vi è il destino economico di almeno un milione e 276mila soci, con le rispettive famiglie, le loro aziende, i loro lavoratori. La struttura portante del sistema economico locale del nostro Paese.