Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il futuro dell’Afghanistan, nelle mani dell’Iran.

di Lorenzo Peluso.

Mi sono sempre chiesto, dopo aver constatato di persona le condizioni economiche, civili e sociali del popolo afghano, il costante rifornimento di armi e denari, da dive arrivasse. Una domanda alla quale è difficile trovare risposte se non si indaga a fondo sulla rete di connessioni internazionali che creano influenza, spesso celate e ben nascoste, nelle dinamiche interne al complesso sistema di etnie che insiste nello stato afghano. Sono rimasto in costante contatto con il mio amico, interprete, Jamal con cui scambiamo di frequente opinioni e punti di vista. da lui apprendo le nuove dinamiche che si stanno sviluppando nel paese degli aquiloni , all’indomani del consistente ridimensionamento delle forze internazionali presenti in teatro da oltre 14 anni.

Il dato certo è che da un anno ormai le fazioni talebane stanno riprendendo il controllo di molte aree del paese. Dopo alcuni anni di evidente ridimensionamento del movimento degli studenti coranici, anche attraverso l’azione violenta della cosiddetta “offensiva di pri¬ma¬vera” i talebani hanno fatto sintesi, coordinandosi anche militarmente e riaffermando la loro presenza. Per molti anni ingenti risorse provenienti dal vicino Pakistan ma anche dai paesi sauditi, addirittura molti dicono anche dalla Cina, hanno alimentato i ribelli garantendo l’acquisto di armi e la sopravvivenza delle diverse shure. Oggi però vi sono alcuni elementi che fanno pensare ad un nuovo assetto nel paese sulla spinta di nuovi finanziatori. La preoccupazione generale, così come mi racconta Jamal, è che il vicino Iran possa esercitare pressioni forti soprattutto sulla shura di Quetta, la più radicale nella componente tale¬bana che mira a riprendersi il controllo del paese con la politica. In sostanza, facendo leva sul fatto che presto, anche gli americani, oltre alle altre forze internazionali, lasceranno definitivamente l’Afghanistan, si tenta la carta della pressione politica sul presidente Ghani proponendo una sorta di accordo di condivisione nella gestione del paese. Una pressione che cela la minaccia di un acuirsi dello scontro bellico. Viceversa, ci sarebbe una sorta di stabilità dove il potere viene gestito ed amministrato garantendo a Ghani il suo posto. Il dialogo in corso tra la shura di Quetta e Ghani però spaventa le altre shura, soprattutto quella di Peshawar che teme di rimanere fuori dal controllo del paese. La situazione è più complessa per gli integralisti della Miran Shah shura, definiti da tutti i più intransigenti e meno propensi al dialogo. Loro, preferiscono le armi per la conquista del potere. In questo contesto quindi, crea preoccupazione l’influenza che l’Iran può operare sul frammentato mosaico di potere afghano. Tutto dunque si gioca sui denari. Chi mette in campo risorse può determinare il controllo del potere in Afghanistan. Jamal non ha contezza di quanto oggi il Pakistan e la stessa Cina possano ancora alimentare economicamente le diverse shura; certo è che si sta consolidando il rapporto tra una sorta di coordinamento delle shura talebane e l’Iran. Tutto sommato, non è difficile capire come l’Iran sia interessato al controllo dell’Afghanistan, non certo per motivi economici, ma certo per strategia d’influenza in Asia, soprattutto verso la Cina. Non va infine dimenticato il ruolo chiave degli Stati Uniti su cui, avendo peso specifico nel controllo del processo di pace in Afghanistan, l’Iran spera di operare pressioni a favore dello sblocco delle sanzioni economiche. Insomma, a conti fatti, è l’Iran il punto di partenza per la pace in Afghanistan. Un fato che certo non piacerà agli americani.