Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il futuro del Medio Oriente ed il racconto de”I giardini di Bagh – e Babur”

di Maria Pia Catanzariti

La situazione politica in Medio Oriente è sempre effervescente, si predica la pace ma si fa la guerra. In attesa di capire cosa accadrà in Siria, cosa farà davvero la Turchia; che succede in Iraq. Il futuro dell’Afghanistan; le questioni legate all’Iran e gli Stati Uniti. Vi proponiamo l’interessante intervista realizzata da Maria Pia Catanzariti per la Domenicasettimanale.it al giornalista Lorenzo Peluso, inviato in zone di guerra, che ha da poco dato alle stampe il libro ‘I giardini di Bagh – e Babur, dalla sabbia dell’Iraq alle montagne dell’Afghanistan’, edito da Graus Edizioni di Napoli.

D- Peluso perché un cronista decide di fare l’inviato in zone di guerra?

“Non saprei rispondere a questa domanda; credo comunque che non lo si decide. Insomma accade. Accade se questo lavoro: lo scrivere il raccontare, il viaggiare, lo studiare, è parte del nostro vivere. Sono stato sempre convinto che una delle grandi virtù dell’essere umano è la curiosità. Cosa saremmo stati senza la curiosità di Marco Polo, di Colombo? Credo che chi si incammina sulla strada di questo mestiere ad un certo punto deve per forza avvertire la necessità di dare sfogo al bisogno di conoscenza; credo sia il motore che muove ogni azione e pensiero di chi ama la vita. Se fai questo mestiere, se lo senti dentro come l’essenza dell’aria che respiri, se neppure ti accorgi quando dialoghi con le persone, che stai approfondendo, cercando di comprendere ogni sfumatura di ogni aspetto di cui si racconta, insomma credo che poi magari un giorno ti potrai ritrovare a voler capire, comprendere, vedere, cosa accade in luoghi che vivono la guerra. Senti il dovere di raccontare e dare voce a coloro che voce non ne hanno. L’essenza di questo mestiere è raccontare ciò che si vede con i propri occhi. Penso sia questo ciò che mi ha spinto ad intraprendere questo percorso”.

D- Prima di addentrarci nel suo libro ci potrebbe spiegare, in modo semplice, che cos’è il Medio Oriente? Solamente un’ espressione geografica, una culla di alcune tra le più importanti civiltà del mondo, oppure un groviglio dove politica e religione sono in lotta perenne per affermare la supremazia di rispettivi blocchi di potere?

“In realtà il Medio Oriente è tutto questo ed anche molto altro. Calpestando la sabbia tra il Tigri e l’Eufrate la senti la responsabilità della storia, ma anche il fascino del luogo senza tempo, dove tutto ha avuto inizio. Credo che il Medio Oriente sia anche la giusta metafora delle contraddizioni dell’essere umano. Il luogo dove la pace viene predicata da tutti ma dove tutti, nonostante tutto, sono pronti a fare la guerra. Un luogo che custodisce ricchezze straordinarie, ma dove vivono persone a cui manca l’essenziale. Dal punto di vista geografico, il Medio Oriente è un’area molto vasta e complessa che spazia dalle sponde del Mediterraneo, da Beirut, passando dalle colline del Golan in Libano, fino alla penisola arabica. In mezzo la Siria, l’Iraq, la Giordania, Israele. L’Iran. Dal Medio Oriente vi è la porta all’Asia, dunque l’Afghanistan. Una terra dove sono costretti a vivere insieme arabi, mussulmani e cristiani. Un luogo dove nel condividere la terra, la politica, gli usi ed i costumi, è fin troppo facile scontrarsi perennemente, nella coesistenza di sciiti e sunniti, ortodossi, cattolici ed ebrei. Ognuna di queste guerre ha le sue motivazioni ed ognuno di questi popoli, ha le sue ragioni. Tutti hanno delle pretese, giuste anche. Tutti odiano tutti ed amano tutto. Uno dei luoghi più belli ed intensi del pianeta; ma anche uno dei luoghi più martoriati al mondo”.

D – Noi occidentali cosa veramente conosciamo del Medio Oriente?

“Quello che sappiamo del Medio Oriente: è una terra instabile. Conosciamo la questione israelo-palestinese, ma non ricordiamo o non conosciamo le origini del conflitto. L’occupazione britannica e francese, le promesse e la spartizione del territorio dopo la Grande Guerra. Non conosciamo i danni enormi che abbiamo lasciato all’indomani del fallimento delle diplomazie europee che strumentalmente spingono, volta per volta su uno degli attori del conflitto. Conosciamo i fatti recenti relativi alla brutalità della guerra in Siria, ma poco sappiamo del “gioco” che si sta consumando sul piano della contrapposizione est-ovest, per mantenere posizioni salde nell’area tanto degli americani che dei russi. Conosciamo lo scontro tra Iran e USA sul nucleare, ma conosciamo poco dei grandi interessi che la Russia e di recente anche la Cina stanno sviluppando nell’area. Conosciamo quel che si è raccontato della guerra del Golfo ma non conosciamo ora perché da alcune settimane gli iracheni hanno iniziato a protestare contro il governo di Baghdad, chi alimenta questo scontro ed il perché. In realtà la risposta alla sua domanda è fin troppo semplice: conosciamo troppo poco del Medio Oriente, quello vero, fatto di persone cha hanno sogni e desideri così come tutti gli occidentali, gli asiatici, i sudamericani, ecc”.

D – Qual è la situazione attuale dei Paesi che lei ha visitato?

“Complessa questa domanda. In Iraq attualmente 40 milioni di abitanti vive in povertà nonostante la ricchezza petrolifera. Dopo la caduta di Saddam Hussein, nuovi improvvisati leader iracheni guidati dagli americani, ma anche dai russi hanno lottato per individuare un percorso democratico dopo decenni di dittatura. I tumulti degli ultimi giorni sono frutto della consapevolezza che dal 2003, anno della caduta del rais, dalle casse pubbliche irachene sono spariti circa 450 miliardi di dollari. Le aspettative della popolazione sono state disattese ed ora il focolaio di una ribellione totale fa intravedere lo spettro di una nuova guerra civile. Il “risveglio” tra le tribù sunnite irachene che si sono ribellate al movimento jihadista lavorando con le truppe statunitensi, oggi ha prodotto una sorta di rivendicazione di autonomia assoluta anche dopo l’evidente passo indietro degli USA nel paese. C’è questo alla base delle manifestazioni a Bagdad e al Sud del paese di queste settimane, certo contro la disoccupazione e la corruzione. In realtà si continua a consumare lo scontro ideologico tra sciiti e sunniti”.

D-Come mai?

“Perché all’orizzonte c’è il tentativo di un nuovo assetto nell’area determinato da un interesse costante dei cinesi che fanno il pari con quello russo che alimenta gli interessi iraniani e le posizioni altalenanti degli americani. Per quanto riguarda l’Afghanistan, dopo 18 anni di conflitto tra le forze della coalizione e i Talebani siamo in una fase di tentato dialogo. Nel mentre il tentativo di lasciare il controllo del territorio al governo ed al’esercito afghano è sostanzialmente fallito. In meno di tre anni i talebani hanno riperso il controllo di buona parte del paese. Le violenze sono continuate con intensità costante negli ultimi mesi, solo ad agosto sono state uccise 74 persone in media al giorno, dati ufficiali di Save the Children in Afghanistan. Negli ultimi tre anni, (2015-2018) 12.500 bambini sono stati uccisi o feriti e 274 arruolati per combattere. la situazione è tornata ad essere drammatica.  3,8 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria e 600.000 sono afflitti da malnutrizione grave. Almeno 3,7 milioni di bambini sono senza scuola, soprattutto se sono bambine (60% del totale). Dopo gli anni della speranza solo lo scorso anno almeno 700 scuole sono state chiuse a causa del conflitto. Se si concretizzerà come annunciato il ritiro delle truppe della coalizione internazionale allora all’orizzonte c’è il caos.

D- E’ vero quanto si afferma che gli attacchi all’Occidente, da parte degli islamici o dei militanti dell’Isis, nascono in risposta alle offese subite proprio da mano occidentale?

“No, non è questo. Questo è un paravento venduto anche bene all’occidente. Gli attacchi dell’Isis all’occidente sono solo una strategia per mettere sotto pressione paesi come la Francia e la Germania. Una pressione sulla cultura occidentale ma nel mentre alla base del fenomeno jiahadista c’è solo un grande interesse economico e di potere. qui vale il detto: Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra) ossia ti mostro la guerra a casa tua, nel mentre lavoro a trovare spazio nella mia casa, per fare i miei interessi e costringerti anche ad accettarli. Ideologicamente è facile vendere mediaticamente la violenza dei jihadisti come risposta allo strapotere occidentale in Medio Oriente.

D – Nel libro lei scrive di non potere fare a meno dell’Afghanistan. Perché?

“Perché ne sono innamorato. L’Afghanistan è molto altro rispetto a ciò che raccontiamo e che conosciamo. L’Afghanistan è terra di cultura millenaria, di un fascino straordinario. Una terra semideserta ma popolata dal ricordo di Alessandro o di Marco Polo, dove esistono luoghi con testimonianze meravigliose di molte civiltà. Per non parlare del cielo, il luogo più bello dove poterlo osservare”.

D – Diritti umani. Parità tra i sessi. Rispetto dei bambini. In Afghanistan tutto questo manca.

“Sono i numeri a fornire la spiegazione ai quesiti di questa domanda. La metà dei bambini fra i 7 e i 17 anni – 3,7 milioni – in Afghanistan non va a scuola. La povertà e la costante discriminazione culturale contro le ragazze fanno il resto. Le ragazze, oltre il 60% della popolazione, non va a scuola, un fenomeno molto presente soprattutto nelle provincie di Kandahar, Helmand, Wardak, Pakt. Nel resto del Paese generalmente il tasso è più alto nella scuola secondaria inferiore, dove il 94% dei ragazzi e il 90% delle ragazze non completano il ciclo di studi. Solo un esempio questo. L’Afghanistan resta il paese peggiore al mondo dove nascere donna. Un Paese dove l’85% delle donne è senza istruzione, la metà si sposa prima dei sedici anni contro il proprio volere. Ecco cosa recitava un Decreto dei talebani nel 1996, che ha ancora i suoi effetti, sul mondo femminile: ‘Donne, non dovreste lasciare le vostre abitazioni; Nel caso in cui lo facciate, non dovreste essere come quelle donne che indossavano vestiti alla moda e si truccavano molto e facevano mostra di sé davanti a ogni uomo, prima che l’Islam arrivasse nel Paese. L’Islam è una religione salvifica e ha stabilito che alla donna si confà una dignità particolare; le donne dovranno fare in modo che non sia possibile attirare su di loro l’attenzione degli uomini disonesti che le guardino con occhio malvagio. Le donne hanno la responsabilità di educare e tenere unita la propria famiglia e di provvedere al cibo e ai vestiti’. Quei lievi segnali di cambio della condizione femminile nel paese ora stanno scomparendo del tutto con il ritorno al potere, giorno dopo giorno, dei talebani.

D – In una riflessione ben argomentata lei scrive “finché c’è guerra c’è speranza”. La guerra in questi posti alimenta l’economia delle industrie produttrici di armi.

“In realtà la guerra non alimenta solo l’economia delle armi. La guerra è distruzione e ricostruzione, è cambio di poteri, tra clan diversi ed etnie diverse. La guerra è contrattare, è ottenere. E’ potere. In questo l’occidente e l’industria delle armi hanno una loro funzione ed i loro guadagni. In realtà, la guerra esiste da quando esiste l’uomo, forse è meglio dire da quando l’uomo ha compreso che ‘l’erba del vicino è sempre più verde’.