Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il fallimento dell’Occidente in 18 anni di bugie.

Non sarà facile per gli americani ammettere la sconfitta sul campo di una strategia fallimentare portata avanti in un conflitto che dura da diciotto anni. Eppure, ch è stato li, in Afghanistan, chi ha visto con i propri occhi e ha raccontato, lo aveva ben intuito che l’approccio americano a quel conflitto era del tutto sbagliato. Tuttavia, come sempre, c’è voluto un scoop giornalistico, che ha rivelato al mondo i dettagli di un’indagine interna degli Stati Uniti, pubblicata con coraggio dal Washington Post, per aprire un nuovo faro su ciò che accade ancora oggi in Afghanistan. La verità scottante è che  in tutti questi anni il governo e l’esercito americano avrebbero mentito sull’andamento della guerra in Afghanistan, parlando di progressi, alimentando la propaganda e manipolando le statistiche. Dal 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, 775mila soldati americani sono stati impiegati in Afghanistan. 2300 sono morti al fronte e oltre 20.500 sono rimasti feriti. Una guerra costata, secondo alcune stime 932 miliardi di dollari. La guerra  più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti. Sono le dichiarazioni dei generali americani, riportate nel dossier top secret, che creano il maggiore imbarazzo per la Casa Bianca. In sostanza, quando si decise di rispondere ad al Qaeda, responsabile dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, si individuarono le basi terroristiche in Afghanistan,  sotto il controllo dei talebani, ma in realtà nel dossier si ammette che  le conoscenze di quel territorio erano scarsissime. “Non avevamo le conoscenze di base sull’Afghanistan” ammette nel 2015 il generale Douglas Lute, comandante sotto le amministrazioni Bush e Obama. “Non sapevamo cosa stavamo facendo, non ne avevamo la minima idea” prosegue. Un altro funzionario, come si legge nelle testimonianze, sostiene che l’intenzione degli Usa era “creare un forte governo centrale, cioè una stupidaggine, perché l’Afghanistan nella sua storia non ne aveva mai avuto uno”. “Ogni dato veniva migliorato” – confessa invece un colonnello dell’esercito, Bob Crowley – “ogni cosa doveva apparire giusta a tutela della nostra immagine”. James Dobbins, ex diplomatico, non ci gira troppo intorno: “Invadiamo i paesi non per renderli più ricchi ma per pacificarli. E in Afghanistan abbiamo chiaramente fallito”. Insomma i progressi tanto decantati non sarebbero altro che “bugie” – a danno di tutta l’opinione pubblica americana, e non solo – come chiosa John Sopko, il capo dell’agenzia federale che ha condotto i colloqui. Coraggioso il lavoro del  Washington Post che ha reso noti i dettagli dell’inchiesta dopo una battaglia legale di ben tre anni. Il giornale aveva infatti chiesto al governo un’autorizzazione prevista dal Freedom of Information act, ovvero la possibilità di accedere agli atti amministrativi, e ha proceduto solo dopo il via libera del tribunale. va detto che il dossier è frutto di una ricerca interna, avviata nel 2014, che voleva proprio analizzare la situazione in Afghanistan affinché errori simili non si ripetessero in casi analoghi, cioè in presenza dell’invasione di un altro paese o di un’operazione di pace. Il rapporto che ne è scaturito è molto dettagliato:  oltre 2000 pagine, con più di 400 testimonianze raccolte in interviste mai rese pubbliche a generali, membri dell’esercito e diplomatici impegnati sul fronte. Tutte concordano sulla diffusione di informazioni false per infondere l’idea di una vittoria nonostante la campagna afghana si sia rivelata estremamente fallimentare. Rimane lo sconcerto di chi ha intanto visto sul campo quanto fosse inadeguato l’proccio americano al conflitto in quel Paese. Ricordo perfettamente, quanto riportai nel mio libro sul tema: As salamu Alaykum, la pace sia con te, nel 2016 (Graus edizioni), nel descrivere l’approccio italiano alla missione Resolut Support, molto apprezzato dagli afghani; gli sforzi in tema di cooperazione che avevano prodotto grandi risultati nel Paese da parte del contingente italiano e che viceversa si infrangevano con il metodo americano, di occupazione di un Paese che per sua natura non ha mai accettato gli invasori (cosi sono stati considerati e sono considerati gli americani). Ricordo anche  quanto fosse evidente che le uniche opere a sostegno del popolo afghano, scuole, strade, pozzi, reti fognanti, ecc erano state realizzate dal CIMIC italiano, la cellula di cooperazione, che negli ultimi anni era divenuta un vanto ed un orgoglio per l’interra coalizione NATO impegnata nel paese. Ora, che tutto il fallimento è stato dimostrato, ora che nel mentre i talebani hanno ripreso il controllo di buona parte dell’Afghanistan, ci si appresta a lasciare il Paese in balia di se stesso; un altro fallimento dell’occidente.