Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il dramma umanitario di Lesbo.

di Lorenzo Peluso.

Quando due anni or sono, il mio amico fotoreporter Antonio Masiello mi parlò del suo viaggio a Lesbo, non avevo ancora compreso la portata, lo confesso, del dramma umanitario che si vive nella piccola isola dell’Egeo. Mi aiutarono certamente le sue meravigliose, e drammatiche fotografie, a comprendere cosa stesse accadendo, li, a pochi passi da quel luogo, culla della civiltà mediterranea, tutto sommato, a pochi passi anche dalle nostre vite. L’isola di Lesbo oggi “ospita” circa 9mila tra rifugiati e migranti che in una lotta spasmodica, quotidiana, per la sopravvivenza mostrano al mondo che finge di non vedere, il dramma assoluto delle migrazioni. Una vita che non si può definire tale, questo è certo, sia all’interno che fuori dal campo. Abbandonati a se stessi, in centinaia hanno piantato improvvisate tende in un campo che è diventato nel tempo la loro dimensione di vita. Ogni giorno in questo luogo si misurano con le avversità della pioggia e da ora in avanti nuovamente ancora, con il freddo. Il timido tentativo di portare aiuto in questo luogo dimenticato persino da Dio, è relegato al solo impegno di alcuni folli, attivisti di Ong. Sono loro ad aver battezzato il campo di Moria la “vergogna d’Europa”. Da tempo chiedono solo che le autorità se non altro, provvedano a trasferire almeno i bambini e le loro famiglie fuori dal campo, in un luogo che si possa quantomeno definire centro di accoglienza. Mentre l’Europa tace, il governo greco ha risposto di non poter fare altro, che negli ultimi quattro mesi ha trasferito più di 4mila persone. Ma qui, in questo luogo che nulla ha a che vedere con le enunciazioni di solidarietà, di accoglienza e persino di carità cristiana, nonostante tutto, i migranti continuano ad arrivare ogni giorno; un flusso costante di bambini, di donne, di disperati che sull’isola si illudono di poter ricominciare una vita che al momento è solo “sospesa” in un limbo senza confini. A Moria, tra i rumori della gente, tra i suoni di lingue diverse, tra il tanfo di sporco ed il lercio, c’è anche Maryam Parsa. Ha solo 23 anni, è afghana. Un viaggio assurdo per arrivare in Europa. E’ approdata invece qui, in quest’isola dove tutto è incredibilmente assurdo. Sbarcata da un barchino con altre decine di disperati, stringe la mano al figlio che non lascia neppure per un istante. Nei suoi occhi si leggono i sogni che nonostante tutto, le illuminano il viso. La sua destinazione è la Germania. ma anche questa è Europa, non  quella che sperava di trovare. “E’ davvero difficile. Non ci sono abbastanza medici per i nostri figli. Non ci sono abbastanza coperte, non c’è abbastanza cibo. I nostri bambini cominciano ad ammalarsi. Non è una buona situazione. Se non ci lasciano andare in Europa, almeno che rendano questa situazione migliore” afferma Maryam. Un luogo di disperati, dove tutti sembrano aver dimenticato cosa sia vivere. (Foto di Antonio Masiello).