Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il dramma di Mosul e l’obiettivo simbolico della moschea Al-Nur

di Lorenzo Peluso.

Dopo cinque mesi di scontri a Mosul, i residenti della città irachena continuano a fuggire dall’Isil. Cruenti i combattimenti nel cuore della città vecchia di Mosul in cui si trovano almeno 600.000 civili tra due fuochi. L’esercito iracheno avanza nel dedalo di strade del centro storico della città, giunto ormai a poche centinaia di metri da un obiettivo altamente simbolico, la moschea Al-Nur nella quale Abu Bakr Al-Baghdadi proclamò la nascita del Califfato nel 2014. nel frattempo più di 180.000 persone sono in fuga verso i campi profughi di Hamam Al-Alil e Khazer. Il dramma nel dramma si consuma poi una volta arrivati nei campi, quando i profughi scoprono che non c‘è spazio per loro. Nell’attesa che l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati ne costruisca di nuovi, alcuni vengono accolti in moschee provvisoriamente riadattate. Dall’inizio della battaglia di Mosul, lanciata il 16 ottobre, sono ormai 350 mila gli sfollati, secondo il ministero dell’immigrazione iracheno. Nata sulle rovine della capitale assira Ninive, Mosul è il cuore dell’Isis in Iraq: è proprio da qui, dalla moschea al Nur, che il 14 giugno 2014 Abu Bakr al Baghdadi proclamò la nascita del ‘Califfato’ e da lì progressivamente estese la presenza jihadista verso sud, nelle regioni tribali sunnite dell’Anbar, e verso ovest, per cercare un collegamento e una continuità territoriale con la roccaforte in Siria, Raqqa.  Anche se più piccola, la parte occidentale di Mosul è quella più densamente popolata, dove centinaia di migliaia di persone vivono da settimane praticamente in una situazione di assedio: poco cibo, scarseggiano i medicinali, chiusi in casa e usati come scudi umani. Tutti i ponti che collegano le due parti sul fiume Tigri, già danneggiati dai bombardamenti della coalizione, sono stati distrutti. Strade strette, abitazioni fitte, un impenetrabile reticolo di tunnel che disegna una situazione sul terreno difficilissima per i militari, che devono affrontare barriere di cemento, detriti, mine, cecchini e kamikaze.  In questa situazione, sottoposti a terribili ritorsioni, di fatto ostaggi dei jihadisti sunniti, vivono nella zona tra i 650.000 e i 750.000 civili, di cui 350.000 bambini secondo Save the Children.