Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

“Il diritto” di disporre della donna

di Lorenzo Peluso.

L’amore, si certo, è il motore del mondo. Dovrebbe essere così. L’amore, poi, come spesso sognano, anzi sognavano fino a qualche anno fa, le ragazze tra i banchi di scuola, in attesa del “principe azzurro”, il matrimonio. Insomma così dovrebbe essere, e diciamolo pure, senza troppi anticonformismi, è anche bello che sia così. Ma non è così ovunque, anzi. Ci sono luoghi nel mondo dove però il matrimonio non è questione di cuore. In Afghanistan ad esempio il matrimonio è un affare di famiglia, di clan, persino di etnia. Il matrimonio è combinato, tra i clan di famiglia quando i ragazzi, sono semplicemente bambini, ancora. Dare in sposa la propria figlia ad un ragazzo di un’altro gruppo sociale serve a stringere legami di solidarietà e cooperazione, arricchisce il patrimonio anche. Sia chiaro, in tutto questo anche i maschi, i ragazzi, sono vittime di questo sistema, anche loro raramente hanno maggiore libertà di scelta rispetto alle loro stesse sorelle. Il discorso però è più complesso sul piano del diritto. Con il matrimonio infatti, in Afghanistan l’uomo acquisisce “il diritto” di disporre della donna  secondo le sue volontà. L’uomo decide per un suo eventuale, ma improbabile lavoro; lui decide persino sulla possibilità di mettere o meno al mondo prole, quanti figli anche. Il luogo, l’unico probabilmente, dove la donna ha un suo spazio, è la casa. All’interno della casa però, la donna sposata è sottoposta anche ad un’altra autorità, quella della madre del marito. Non è lei a decidere ad esempio dell’educazione dei figli, ma la suocera che dirige in tutto e per tutto la casa, e persino su cosa e come debbano imparare i nipoti. La suocera, in una sorta di delega ad interim, dà persino ordini alla nuora. Insomma, per una giovane sposa è davvero difficile vivere, anche se nella cultura islamica, alla fine tutto questo viene superato dal concetto che prima o poi, anche ella sarà suocera, sarà anziana, dunque la vecchiaia è di fatto l’unico periodo della vita in cui una donna acquisisce una sorta di “forma di potere”, su un’altra donna però e solo nel ristretto ambito domestico. Non è semplice comprendere questo meccanismo sociale, ma è così. Occorre poi considerare che con il matrimonio entra in ballo lo shir baha, la cosiddetta dote, che di norma corrisposta alla famiglia della sposa. Nel momento in cui la ragazza lascia la casa del padre per trasferirsi con il nuovo marito la famiglia dello sposo corrisponde la dote al capo famiglia della ragazza. Capre, spesso, cambia il numero dei capi a seconda delle facoltà della famiglia. un’usanza antica questa che però va detto, è assolutamente contraria ai dettami sacri del Corano che infatti indica come la dote spetti alla sposa, non alla sua famiglia. Dovrebbe essere lei, secondo il Corano a poterne disporre in completa libertà. In realtà il Corano si spinge anche oltre affermando che la sposa non può essere costretta a cederla o alienarla contro la sua volontà. In realtà invece non è così, al punto che dal giorno del matrimonio la donna di fatto non possiederà più nulla. Per tutta la sua vita nulla le apparterrà, sarà la dona di casa, forse meglio la serva di casa, e tendenzialmente non potrà trovare un impiego al di fuori di essa. Vi è poi un ulteriore aspetto che rende la vita di una donna drammatica, in tema di matrimonio. L’Afghanistan è infatti composto da oltre settanta diverse etnie, spesso molto distanti negli usi nei costumi e certamente anche nel linguaggio. In tema di matrimonio è tendenza ad esempio, per l’etnia  pashtun, la più numerosa nel Paese, far sposare i cugini primi, e in particolare fra i figli di fratelli maschi. Questo consente certamente un rinsaldarsi dei legami di famiglia, non disperde il patrimonio, ma soprattutto non favorisce la se pur debole possibilità che viceversa, in un matrimonio esogamico, vale a dire quando si sposa un estraneo al proprio nucleo familiare, il potere del padre della sposa, e comunque del marito, possano in qualche modo allentare quel predominio stabilito sulla donna, che potrebbe ottenere maggiore libertà. Di fatto, nel matrimonio in famiglia, quel che accade è che il controllo assoluto sulla donna si amplifica. Insomma è dura la vita per una moglie, per una donna, in Afghanistan. Alle donne afgane non è concesso lo spazio pubblico. Quando e se escono di casa per andare al mercato, ad esempio, sono sempre accompagnate da un uomo di famiglia. Mentre gli uomini si fermano, discutono, chiacchierano al mercato, le donne non possono parlare con nessuno, assolutamente impensabile in luogo pubblico con un uomo diverso da uno del clan di famiglia. Nel tempo queste restrizioni hanno trovato applicazione anche nella consuetudine del vivere quotidiano al punto che uomini e donne appartenenti a diverse famiglie non si possano mai incontrare. La strada è per i maschi, il bazar e la moschea sono per i maschi. Le donne pregano nelle loro case. Persino al cimitero, secondo una regola non scritta, ma rispettata da tutti, l’accesso avviene in tempi distinti, affinché uomini e donne non vi si possano incontrare. Anche nel caso di un funerale di famiglia, alla sepoltura di un parente possono partecipare solo gli uomini. In questo caso le donne rimangono a casa e possono recarsi al cimitero solo il giorno dopo, giorno in cui è impedito agli uomini. Quando poi una donna muore, ultimo affronto è certamente la sua sepoltura senza il nome. La negazione della sua esistenza in vita, evidentemente, non riconoscendo neppure la sua non più esistenza, neppure da morta. Quasi dimenticavo, vi è anche un’altra figura che ha potere sulla vita della donna, almeno un giorno a settimana. Ogni venerdì, infatti, per tutta la vita di una donna, il mullah della moschea di appartenenza può dettare le regole della sua libertà dagli altoparlanti della moschea, imponendo restrizioni sui movimenti delle donne, stabilendo se devono o non devono andare a scuola per un determinato periodo. E’ difficile essere donna, lo è ancor peggio nascere donna, in alcuni luoghi del mondo. Ma non possiamo essere noi a deciderlo, questo è chiaro. Che poi vallo a capire dunque che cos’è l’amore. Magari è solo un’altra convenzione.