Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il campo minato della giustizia in Italia. Le risposte che aspettiamo da Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede.

di Lorenzo Peluso.

E’ un campo minato, quello della giustizia in Italia. Occorre davvero badare bene dove si poggia il piede, o dove si arriva con la penna. La giustizia in Italia vive e continua a vivere controverse vicende che la intrecciano da troppi anni alla politica e se questo è normale, per certi versi è anche paradossale. Intanto perché quell’auspicata indipendenza della magistratura, come recita la Carta Costituzionale, di fatto è da sempre solo un’utopia. Le ultime ore, drammatiche per l’emergenza Covid in Italia, vivono anche di un nuovo scontro tra magistrati e politica. Una polemica dai contorni forti e delineati tra  uno dei magistrati antimafia più famosi e controversi d’Italia, Nino Di Matteo, e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il contendere è un incarico negato nel 2018 a Di Matteo da Bonafede. Un prestigioso incarico al ministero della Giustizia negato, queste le accuse pubbliche a  Bonafede,  per via di alcune pressioni ricevute da boss mafiosi, che si sarebbero lamentati dell’eventuale nomina di Di Matteo alla guida del DAP. In realtà come definire, se non gravissime queste accuse, se fosse veritiera la versione che Bonafede sia stato condizionato nella sua valutazione dal parere di un gruppo di mafiosi. Non possiamo entrare nel merito della questione perché al momento mancano sia i riscontri sia il doveroso chiarimento che il Ministro dovrà fornire al Paese. Tuttavia la questione presenta delle anomalie che meritano di alcune considerazioni. La prima, certamente è come mai Di Matteo ha avviato la polemica dopo due anni dai fatti; come mai lo ha fatto  in diretta televisiva, su una tv nazionale; come mai la questione non è stata posta, nell’immediatezza dei fatti, o anche nei due anni successivi, ai magistrati dell’Antimafia che Di Matteo dovrebbe conoscere bene? Dunque, se Bonafede dovrà dare risposte su cosa sia accaduto due anni fa, perché ha cambiato idea su una proposta che lui stesso aveva condiviso con Di Matteo a distanza di 48 ore, lo stesso Di Matteo dovrà spiegare, presto anche, perché ora? Dicevamo dell’intreccio tra politica e magistratura, anche questa è una considerazione da fare. Non scopriamo nulla di nuovo affermando che Di Matteo è stato una bandiera della lotta alla mafia sventolata per molto tempo dal Movimento 5 Stelle, di cui Bonafede è uno dei leader più noti, al punto che da sempre, le opposizioni di centrodestra in Italia hanno sempre definito il magistrato “molto vicino” ai pentastellati. Quindi, problema vecchio, polemica nuova. Il tema scatenante è stato comunque un altro problema atavico del nostro amato Paese: le carceri. Un dibattito senza precedenti in Italia sulla concessione degli arresti domiciliari ad alcuni mafiosi in precarie condizioni di salute per timori legati alla diffusione del coronavirus. Insomma il noto problema del sovraffollamento delle carceri rischia di fare due vittime illustri, un magistrato noto per il suo impegno antimafia ed il ministro di Giustizia e se la diffusione di questo vecchio “virus italiano”, la polemica politica strumentale, non sarà contenuta, addirittura rischia il Governo. Dopo le dimissioni del capo del DAP Francesco Basentini, in dissenso con i provvedimenti dei giudici di sorveglianza sulla questione scarcerazioni, si è aperta una falla enorme della gestione del sistema carceri. Attenzione però, anche questa è una considerazione da non perdere di vista, Basentini non si è dimesso dopo le rivolte in carcere avvenute nelle scorse settimane con la morte di almeno 13 detenuti in protesta per la questione sicurezza sanitaria per l’epidemia Covid. Si è dimesso per una questione che tutto sommato non lo mette al centro del problema. Dunque ci sono al momento troppi lati oscuri in questa vicenda che rischiano, ancora una volta, di buttare ombre pesanti su magistratura e giustizia. Di Matteo in diretta tv ha raccontato che due anni prima Bonafede gli aveva offerto di guidare il dipartimento, salvo poi cambiare idea e nominare Basentini. “Nel giugno del 2018 […] venni raggiunto da una telefonata del ministro Bonafede, il quale mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo del DAP o in alternativa quello di direttore generale degli Affari penali. Chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta. Nel frattempo alcune note informazioni che il gruppo operativo mobile (GOM) della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla procura nazionale antimafia – ma anche alla direzione del DAP, e quindi penso fossero conosciute dal ministro – avevano descritto la reazione di importantissimi capimafia, legati anche a Giuseppe Graviano e altri stragisti, all’indiscrezione che potessi essere nominato capo del DAP. Quei capimafia dicevano: “se nominano Di Matteo è la fine”. Di Matteo ha quindi  raccontato che due giorni dopo aver sentito Bonafede al telefono, lo incontrò al ministero della Giustizia spiegandogli di aver deciso di accettare la nomina a capo del DAP. A quel punto, secondo la sua ricostruzione, Bonafede gli disse «improvvisamente» che ci aveva ripensato, chiedendogli invece di accettare l’incarico da direttore generale degli Affari penali: un ruolo considerato «di sott’ordine» da Di Matteo. Il giorno successivo, durante un altro incontro con Bonafede, Di Matteo rifiutò l’incarico. La domanda ora è: cosa è successo in questi due anni di silenzio sulla vicenda? Dunque cosa ha spinto ora il magistrato a rivelare la vicenda. Infine, possiamo considerare l’ipotesi che Bonafede si era insediato da meno di un mese al Ministero quale ministro dell’allora primo governo Conte, appoggiato dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, e probabilmente era impegnato nella scelta dei suoi principali collaboratori e che possa aver ritenuto Basentini adatto a quel ruolo e Di Matteo più adatto al ruolo di direttore generale degli Affari penali? Toccherà a loro due, ora, e dovranno farlo senza indugio, chiarire ogni dubbio. In ballo c’è la credibilità, per l’ennesima volta del sistema giustizia del nostro Paese.