Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

I segreti di un Paese nella tomba di un improbabile capomafia.

di Lorenzo Peluso.

riinaSi chiude davvero un capitolo oscuro della storia del nostro Paese? Con la morte di Totò Riina, morto a Parma a 87 anni appena compiuti, sembra che tutti hanno tirato un sospiro di sollievo. L’anima nera, stragista della mafia; il capo indiscusso di Cosa Nostra. Ma ci dobbiamo credere davvero? Possiamo mai credere che Riina fosse quella mente abile a capo di un’organizzazione criminale che governa la Sicilia e non solo? Che fosse un criminale, non ci sono dubbi. Stava scontando 26 ergastoli e dal 1993 era recluso al 41 bis. Quel che porta con se nella tomba però è la storia della sua ascesa criminale, da Corleone al vertice di Cosa nostra. Porta con se i segreti degli intrecci con la politica, i regolamenti di conti e le guerre di mafia. Nelle migliaia di pagine dei fascicoli giudiziari che lo hanno riguardato, insieme a Bernardo Provenzano, morto anche lui, il 13 luglio 2016, venivano riconosciuti come la terribile coppia di Cosa nostra, astuti, raffinati e brutali. Due criminali, questo è certo. In realtà, se di realtà si può parlare nel mondo della criminalità mafiosa e stragista, lo stereotipo di boss, proprio non lo aveva Riina. Se mai, un grezzo e quanto mai improbabile pastore, un uomo mediocre, nei gesti e nei modi, oltre che nel linguaggio. Uno che si nascondeva in una masseria e viveva in condizioni che a definirle degradanti è davvero troppo poco. Quindi, quale l’interesse di un boss di mafia, se di questo si trattava? Difficile davvero trovare risposte a queste semplici domande. Per comprendere il fenomeno mafioso di Riina però, può essere utile ripercorre la sua storia personale, almeno quella ufficiale, riportate nei fascicoli di giustizia. Riina era nato a Corleone il 16 novembre 1930, nel cuore della Sicilia. Una famiglia di contadini la sua. Adolescenza dedita alla pastorizia fino all’incontro con il capomafia Luciano Liggio. Appena 19enne, la prima condanna a 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell’Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo. Il suo fascicolo giudiziario lo definisce fedelissimo di Liggio e tra gli artefici della sanguinosa faida contro gli uomini di Michele Navarra. Scompare alla vista delle forze dell’ordine già nel 1969. parte da qui la sua lunga latitanza e dunque anche la presunta ascesa alla guida di Cosa nostra. Autore il 10 dicembre di quello stesso anno della strage di Viale Lazio per punire il boss Michele Cavataio. Quel suo modo di essere assolutamente un contadinotto” violento certo, stride fortemente con la circostanza che spesso, in quegli anni  rappresentasse lo stesso Liggio nel “triumvirato” di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Questi ultimi due, certo di altro calibro e spessore. le cronache giudiziarie lo vogliono protagonista anche della decisione di creare un asse con Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, con cui, secondo l’accusa, mise le mani nella politica e nell’amministrazione degli affari palermitani. Un fatto certo, che se mai gli si addice maggiormente, è nel 1971 l’omicidio del procuratore Pietro Scaglione del quale fu esecutore materiale. Altro intreccio che gli si addebita, ma che sinceramente poco convince, è  la capacità di stabilire rapporti solidi con ‘Ndrangheta di Tripodo e i camorristi napoletani affiliati a Cosa nostra dei fratelli Nuvoletta. Riina secondo la giustizia italiana è dal ’74 il reggente della cosca di Corleone scatenando la seconda guerra di mafia che nel 1981 causò la morte di oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta lupara bianca. Un vero massacro fino a quando si insediò nel 1982 una nuova “Commissione” di stretta osservanza corleonese, composta da capimandamento fedeli a Riina e da lui guidata. fatti questi, che almeno nella loro tragica violenza, sono verosimili. Molto meno veritiera, però appare, la sua capacità di aver saputo tessere intrecci con la politica. Se è vero, come è vero che il suo referente politico fu Vito Ciancimino, è pur vero che dopo il 1976 vi furono una serie di omicidi politici in Sicilia che destabilizzarono l’isola. Il 9 marzo 1979 fu assassinato Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana; il 6 gennaio 1980 fu ucciso il presidente della Regione delle carte in regola Piersanti Mattarella; il 30 aprile 1982 il leader del Pci siciliano Pio La Torre. Anni di terrore e violenza inaudita in Sicilia dove lo Stato subiva colpi a ripetizione. La svolta di tutto però è nel pentimento del boss Tommaso Buscetta e nella sua collaborazione nel Maxiprocesso che portò il 30 gennaio 1992 la Cassazione alla  conferma degli ergastoli per centinaia di imputati di Cosa nostra. Da questa data inizia la stagione delle stragi che mirano allo Stato. Il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso: si era alla vigilia delle elezioni politiche e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo. A maggio La strage di Capaci nel quale fu ucciso Giovanni Falcone. Cinquantasette giorni dopo toccò a Paolo Borsellino, in via D’Amelio. Nel 1993 le stragi si spostarono dalla Sicilia al Continente. Ed è questo il periodo maggiormente controverso della storia d’Italia e della mafia. A questo periodo infatti risalirebbe la presunta trattativa Stato mafia con il cosiddetto accordo del Papello, finalizzato a ottenere la revisione del maxiprocesso, ad ammorbidire le condizioni dei detenuti, la cancellazione della legge sui pentiti. Il periodo più oscuro del nostro Paese dove pezzi di Stato si confondono nei meandri della criminalità organizzata.  Chi le ha ordinate davvero quelle stragi?  A chi serviva tutto quel sangue versato? Davvero a Riina ? La sua libertà, se di questo si trattava, terminò il 15 gennaio del 1993 quando la squadra speciale dei Ros guidata dal Capitano Ultimo, pose fine alla sua latitanza. Tredici anni dopo la sua stessa fine la fece Bernardo Provenzano, il ‘ragionierè di Cosa nostra, arrestato l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza. Dunque tutto è stato detto? La storia criminale di Riina è stata già raccontata? Io credo proprio di no. Non possiamo credere a quel pastore gretto e rude quale capo di Cosa nostra. E’ però vero che nell’immaginario collettivo Riina, dal carcere di massima sicurezza, dove ha trascorso gli ultimi 24 anni, ha continuato ad essere un simbolo del potere mafioso. Sono passati alla storia anche i suoi editti di morte, come quello del  novembre 2013 nei confronti del magistrato Nino Di Matteo. In verità più folklore, forse indotto dai veri protagonisti di una storia sconosciuta, che rimangono nell’ombra, che reale capacità di governo di Cosa nostra. Con lui certo, nella sua tomba finiscono molti misteri della mafia e dello Stato.