Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

I pronto soccorso italiani hanno un urgente bisogno di medici.

redazione

I pronto soccorso italiani hanno un urgente bisogno di medici. Secondo i dati raccolti dalla Società italiana di medicina di emergenza-urgenza (Simeu) ne mancano più di mille a livello nazionale. Lo studio è stato condotto su un campione di circa 110 strutture di emergenza che rappresentano 6 milioni di accessi, circa un terzo del totale nazionale. I medici a tempo indeterminato che lavorano nei pronto soccorso sono circa 5.800, a cui si aggiungono circa 1.500 precari. “Ne servirebbero però circa 8.400-8.500 – ha detto a Euronews Francesco Rocco Pugliese, presidente Simeu -. Nel 2001 un medico di pronto soccorso poteva dedicare 26 minuti ad ogni paziente durante il suo turno di lavoro, nel 2016 siamo scesi a 14 minuti e nel 2018 andiamo verso gli 11-12 minuti, un arco di tempo in cui non si prende neanche un caffè”. Sono oltre 4 milioni l’anno le visite mediche che gli attuali organici effettuano in sovraccarico rispetto agli standard nazionali. “In teoria – dice Pugliese – i medici del servizio sanitario nazionale che lavorano nei pronto soccorso il 12 ottobre avrebbero già esaurito le ore di lavoro annuali previste nel contratto. Dal 13 ottobre al 31 dicembre non dovrebbero lavorare”. “C’è poi – aggiunge Pugliese – anche un discorso economico legato alle tasse. Premessa: parliamo comunque di persone che hanno un certo reddito e che possiamo considerare fortunate. Ciò non toglie che noi lavoriamo i primi sette mesi per lo Stato, poi cominciamo a incamerare qualche soldo per noi”.

Ma quali sono le cause di questa carenza di medici? Secondo la Roberta Petrino, presidente di Eusem (European society for emergency medicine) “c’è stata una cattiva programmazione dei posti disponibili nei corsi di specializzazione in medicina d’emergenza-urgenza. I posti disponibili sono insufficienti. Prima i dipartimenti d’emergenza potevano attingere a medici internisti, chirurghi ecc. Ora che sono in sofferenza anche loro, la situazione si è fatta ancora più difficile”. Oggi i posti disponibili nelle scuole di specializzazione in medicina d’urgenza sono circa 170 all’anno in 25 università italiane. “Un numero alto rispetto ai circa 50 posti disponibili quando i corsi vennero istituiti dieci anni fa – dice Petrino – ma che comunque copre solo la metà del fabbisogno. Sarebbero necessari almeno 300 posti all’anno, almeno per arrivare alla saturazione dei posti mancanti”. “C’è una carenza di fondi – continua la Petrino – ma questa è una questione politica e non voglio addentrarmi in certi discorsi, bisognerebbe parlarne con il Ministero della Salute e dell’Università. Più che di fondi direi che sicuramente c’è un problema di finanziamenti. Perché di soldi, poi, se ne spendono tanti comunque per tamponare l’emergenza. Si prendono medici a gettone o con le cooperative che vengono pagati di più. I soldi vengono spesi male e poi bisogna spenderne ancora di più per mettere una pezza”. A livello europeo al momento non sono disponibili report con cifre sul personale come per l’Italia. Esistono però differenze marcate tra un paese e l’altro, prima di tutto tra Europa orientale e occidentale. Le scuole di specializzazione si sono sviluppate in modo difforme tra un paese e l’altro. Nel Regno Unito e in Irlanda esistono da 50 anni; altri paesi, come Francia e Germania, le hanno istituite da poco. Poi ci sono nazioni in cui ancora non ci sono come Spagna e Austria. “In Francia le scuole di specializzazione esistono da un paio d’anni – dice Petrino -. Però lì prima c’era già un diploma, dopo aver fatto una specialità di base si otteneva il diploma di competenza. I dipartimenti di emergenza non soffrono la carenza di personale come in Italia”.