Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

I ponti sospesi, tra passato e futuro incerto, soprattutto per chi li attraversa.

di Lorenzo Peluso.

Adesso cosa faremo? Adesso che abbiamo certezza che il cemento armato si degrada, molto prima di quanto potessimo immaginare, ora cosa faremo? Ora che abbiamo costruito tutto, o quasi, in cemento armato, le nostre case, le infrastrutture, i ponti, le dighe, insomma ora cosa faremo? Ora che ne abbiamo consapevolezza, che tutti siamo stati proiettati in un istante nella realtà, assimilando la teoria del “tutto si trasforma” e può distruggere, ora cosa faremo? Insomma, una grande balla che il cemento dura almeno cento anni. Una balla, innanzitutto, perché questa certezza, è stata diffusa quando l’uomo non ne aveva nessuna cognizione. La nascita di questo materiale risale infatti all’inizio del secolo, dunque davvero non potevamo avere contezza della sua durata. Eppure, ci siamo convinti, tutti che il cemento armato, che è calcestruzzo rinforzato da tondini d’acciaio, potesse avere una durata di almeno cento anni. Le prime strutture vere e proprie sono sorte a partire dagli anni Venti-Trenta. Teoricamente un buon calcestruzzo dovrebbe raggiungere la stessa età della roccia della quale è costituito. Teoricamente, praticamente abbiamo avuto prova in questi anni che non è così. Il calcestruzzo, infatti, è un insieme di acqua, sabbia, ghiaia e cemento. Quest’ultimo è ottenuto dalle rocce calcaree. Negli anni Sessanta, che corrispondono poi al boom edilizio nel nostro Paese, si pensava che il calcestruzzo fosse impermeabile. In realtà, invece, l’acqua piovana può penetrare nel cemento arrugginendone la struttura in metallo e aprendo crepe nel calcestruzzo. Altri agenti esterni che possono limitare la durata della struttura sono l’inquinamento atmosferico e i cloruri presenti nell’aria salmastra. Ciò che si può dire con certezza è che quanto più sono stati rispettati i requisiti di legge nella costruzione di un manufatto, tanto maggiore sarà la sua durata. Ed è questa la questione che davvero ci  rende consapevoli della nostra “non consapevolezza”. Abbiamo infatti certezza dell’agire dell’uomo che soprattutto nelle opere pubbliche, negli anni, ha rispettato poco i dettami dei requisiti qualitativi e quantitativi nei processi di realizzazione del calcestruzzo. Materiali scadenti; materiali alterati nelle proporzioni. Insomma è sotto gli occhi di tutti come e dove si sgretolano lo opere in cemento armato.  Le nostre città affollate di palazzi costruiti tra gli anni ’30 e ’40, poi il boom edilizio degli anni ’60. Palazzi di dieci, venti piani, in calcestruzzo armato. Oltre naturalmente alle grandi infrastrutture, l’Autostrada del Sole innanzitutto. Il crollo del Ponte Morandi a Genova ci ha proiettato in una realtà che non volevamo accettare. Eppure ne abbiamo avuti di segnali importanti per comprendere, per agire. Nel dicembre 1998 a Roma crolla un palazzo in cemento armato realizzato negli anni ’60; perdono la vita 27 persone. L’indagine tecnica accerterà che la causa del crollo è stata la pessima qualità del cemento armato e la corrosione delle armature. Pochi mesi dopo, a Palermo, in via Pagano, crolla un palazzo di 6 piani; causa: la sabbia di mare con cui era stato costruito aveva distrutto molte delle armature metalliche (3 vittime). Novembre 1999: in viale Giotto a Foggia crolla un palazzo di 6 piani, 67 vittime; causa: pessima qualità dei materiali. Calcestruzzo con sabbia di mare, armature corrose, economia di cemento ed eccesso di acqua e progetti approssimativi sono molto più frequenti di quanto non si pensi.  In Italia ci sono un milione e mezzo di ponti. nelle mappe che nelle ultime ore vengono mostrate per evidenziare i cosiddetti “osservati speciali” non è presente un ponte che storicamente è da considerarsi un viadotto “malato”, si tratta del ponte di Picerno in Basilicata, alle prese da sempre con lavori di consolidamento. Un viadotto in curva, con un variabile livello di pendenza, attraversato otgni giorno da migliaia di veicoli, molti dei quali mezzi pesanti. E’ posto lunga la Basentana, unica arteria di collegamento tra la A2 del Mediterraneo e la Basilicata e dunque poi la Puglia. nella stessa area geografica anche il  viadotto “Platano” che collega la Campania con la Basilicata, tra i comuni di Romagnano al Monte (Sa) e Vietri di Potenza (Pz). E’ stato costruito nel 1969. E’ lungo 630 metri ed alto 220. E’ uno dei ponti autostradali più alti di quelli presenti sulla rete autostradale italiana. Ogni giorno ci passano migliaia di mezzi, almeno 6mila. La struttura di colore blu, in ferro, supporto “centrale” del ponte, si presenta, in molte zone, arrugginita. C’è poi il ponte a struttura strallata Carpineto I, (nella foto) sempre sul raccordo autostradale 05 “Potenza-Sicignano”. Potrei continuare, perché di ponti e di viadotti che fanno paura lunga la Basentana ve ne sono troppi. Insomma i ponti, sospesi tra passato e futuro incerto, soprattutto per chi li attraversa. Cosa fare dunque? Continuare ad aver fede e speranza, nella certezza che è solo un’impressione? O magari ad esempio dirottare i grandi investimenti previsti per il Ponte sullo Stretto per ripensare ad un sistema di viabilità più sicura? Intanto rimane l’enigma sulla durata del cemento armato. Intanto rimangono i morti di Genova e l’immagine di un Paese che scricchiola e che va ripensato nella sua stessa ossatura nevralgica.