Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

I giovani e l'Italia

Il paese invecchia, la disoccupazione giovanile cresce, la qualità dell’istruzione lascia a desiderare: questo il quadro della situazione dei giovani.
Il nostro paese sta invecchiando, la disoccupazione giovanile è elevata, i migliori cervelli fuggono, i giovani tendo a rimanere nella famiglia di origine sempre più a lungo: ogni giorno leggiamo e sentiamo notizie di questo tipo. Il quadro che ne viene fuori non è niente affatto roseo. La popolazione italiana sta invecchiando. Secondo l’Istat nei prossimi dieci anni gli italiani con una fascia di età compresa tra i 20 e i 39 anni sarà superata per la prima volta da quelli di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Il tasso di disoccupazione dei giovani italiani con meno di 25 anni è del 29%: uno dei più alti in Europa. Il tasso di disoccupazione dei giovani laureati è superiore rispetto alla media europea e supera di tre volte quello statunitense. Non è del tutto vero, invece, che il nostro paese subisce una fuga di cervelli. Secondo i dati dell’OCSE del 2005 su 100 studenti che si laureano, 5,7 decidono di lasciare l’Italia: si tratta di una percentuale più o meno in linea con quella degli altri paesi europei. Quello che è diverso rispetto agli altri paesi europei è la capacità di attirare altrettante persone con un elevato livello di istruzione dagli altri paesi. La classe dirigente italiana ha, in media, un’età di 47,7 anni, mentre la media europea è di 44,7 anni. Il titolo di studio e il livello del salario dei figli è in diretta relazione con quello dei padri. I figli di genitori laureati guadagnano mediamente il 50% in più rispetto a chi ha genitori con un titolo di studio inferiore, a parità di altre condizioni. Inoltre, solamente il 10% dei giovani con genitori aventi un basso titolo di studio riesce a conseguire una laurea. Questo quadro, non certo brillante, trova le sue ragioni anche nelle scelte di welfare pubblico. Nel nostro paese, la spesa per la protezione sociale è indirizzata soprattutto verso le pensioni e molto meno verso forme di sostegno del reddito in caso di disoccupazione o verso forme di formazione o di reinserimento nel mercato del lavoro. Questo spiega perché i giovani italiani preferiscono rimanere a lungo all’interno della famiglia di origine e, protetti da essa, finiscano per accettare di lavorare a condizioni economiche che, altrimenti, non potrebbero tollerare.