Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

I foreign fighters di ritorno in Kosovo e la parola tolleranza.

di Lorenzo Peluso

Il Kosovo nel corso degli anni è stato terra d’origine di oltre 300 combattenti in Siria. Un Paese, di meno di due milioni di persone a religione islamica per la maggioranza, che però mostra segnali importanti di contrasto al fenomeno del terrorismo internazionale. Oggi il Kosovo è alle prese con la gestione dei cosiddetti  foreign fighters. Il punto di partenza, per un’analisi seria su ciò che sta facendo il Kosovo in tema è legislazione che al riguardo è particolarmente innovativa e punitiva, in relazione sia ai Paesi confinanti che a quelli più avanzati dell’Europa occidentale. Non secondario in effetti il contesto normativo che vede le  autorità di Pristina, uniche nei Balcani, ad aver adottato provvedimenti specifici introducendo un intero corpo di leggi dedicato al fenomeno. In realtà la nuova legge kosovara che è del 2015 è stata forse un po tardiva considerando che il gran numero di combattenti ha fatto ritorno in patria tra 2013 e 2014 e vi è l’impossibilità di una valenza retroattiva. La legge del 2015 comunque tratta i foreign fighters  di ritorno in Kosovo come terroristi, inasprendo fortemente le pene. L’approccio duro della norma ha visto finire sotto processo il 70% dei combattenti maschi di ritorno dalla Siria e dall’Iraq. Il costante problema delle prove da portare in tribunale, spesso risulta infatti difficile ottenere informazioni necessarie per dimostrare che un combattente specifico abbia compiuto atti terroristici, non ha cambiato l’atteggiamento di Pristina sul tema. Delle circa 300 persone tornate in Kosovo solo gli uomini sono stati considerati dalle autorità come potenzialmente pericolosi, quindi si parla di circa 124 persone. Le donne e i bambini sono supportati dallo Stato tramite fondi e tentativi di riabilitazione, anche se in determinati casi si sospetta che le donne possano giocare un ruolo nel radicalizzare la popolazione. Secondo le autorità locali l’87% è considerato a basso rischio di commettere atti terroristici in patria. Ci sono comunque dei casi di foreign fighters  che continuano a mantenere un’ideologia radicale. Non sono chiare al momento se vi siano iniziative che contribuiscono a diffondere l’estremismo tra la popolazione. Due casi emblematici sono all’attenzione delle autorità locali. Si tratta di Lavdrim Muhaxheri e Ridvan Haqifi.  Le  autorità kosovare li hanno inquadrati tra coloro che non si sono pentiti e che sarebbero tornati in patria per compiere attività di reclutamento ma anche azioni terroristiche. Lavdrim Muhaxheri e Ridvan Haqifi si sono rivelati essere molto attivi sui social media, promettendo “tempi bui” in arrivo in Kosovo. la loro azione ha portato al coinvolgimento di altri cinque combattenti. Per questi motivi sono stati processati. In verità le condanne non sono esemplari con anni di carcere molto inferiori a quanto previsto dalla legge del 2015. La media è di  3- 5 anni, un periodo che sarebbe non sufficiente per la radicalizzazione e per rendere efficaci i programmi di riabilitazione all’interno del sistema carcerario. A Pec, l’Imam Muhamed Mavraj mi racconta del programma di integrazione dei foreign fighters. “L’islam è religione di pace – afferma – basiamo il nostro lavoro sulla necessità di far comprendere che è necessaria la tolleranza religiosa. Il reclutamento è avvenuto soprattutto nella zona di Mitrovica – afferma l’Imam – nella zona di Metoia, l’area occidentale del Kosovo, al momento sono circa 100 i foreign fighters  che sono controllati dalle autorità”. I dettagli del piano di deradicalizzazione non sono noti. Lo stesso Imam sembra sfuggente nel fornire elementi chiari. Tuttavia è chiaro che si sta lavorando in tal senso. Il Piano è stato studiato da Pristina ed ha previsto un gruppo di lavoro che vede coinvolti 20 Imam. Si assistono le famiglie, le si incontrano presso le proprie abitazioni. Chiaro che è complicato anche dare certezza economica a queste persone. Fin troppo chiaro è anche che i radicalismi, oltre l’ideologia e l’indottrinamento sono anche suscettibili alle condizioni economiche e di benessere. Quel che però è chiaro che al momento il lavoro fatto dagli Imam si basa sulla parola tolleranza. Questo non può portare che bene anche in Kosovo.