Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Gli italiani nelle mani di un “Parlamento appeso”.

di Lorenzo Peluso.

Si potrebbe dire: lo avevamo detto; lo avevamo già anticipato. Non servirebbe comunque a nulla. La realtà è purtroppo persino peggio di quanto si poteva immaginare. Una situazione patetica che rischia però di far pagare conseguenze letali al nostro sistema economico che pur mostra accenni di ripresa e di speranza. Boccie ferme in parlamento, dunque si dovrà torrnare alle urne. La prima data utile è certo il 22 luglio, sarebbe la prima vota nella storia della nostra Repubblica che gli italiani, debbano ritornare al voto senza che un parlamento appena eletto sia neppure entrato nelle sue funzioni. Prima del ritorno alle urne, secondo il presidente della Repubblica, è comunque necessario affidare la gestione della fase elettorale a un governo “di garanzia” e non “di parte”, “neutrale” e “di servizio”, che sostituirà quello guidato da Paolo Gentiloni, espressione di una maggioranza che non esiste più. E’ stato lo stesso Sergio Mattarella, a conclusione dell’ultimo infruttuoso giro di consultazioni, a tracciare il percorso dei prossimi mesi. Mattarella poi ha richiamato all’ordine la “peggiore” classe politica mai entrata in parlamento investendoli comunque di un compito importante: gli ha lasciato l’onere di assumersi ogni responsabilità: se portare l’Italia al vertice europeo di giugno senza un governo “nei suoi pieni poteri” e se, ancora, rischiare l’aumento dell’Iva se non si fa a tempo a fare la manovrina, scegliendo “per la prima volta nella storia della Repubblica” di concludere la legislatura senza nemmeno iniziarla. Altra opzione, come detto, è andare al voto in estate, con elezioni “possibili ma mai fatte” finora, o in autunno. La proposta di Mattarella è quella di una fiducia a tempo, “fino a dicembre”: del resto, dai suoi tre incontri coi gruppi parlamentari e con i presidenti delle Camere, ha chiarito che: “dai partiti è venuta più volte la richiesta di tempo per raggiungere intese”, e se “si formasse, nei prossimi mesi, una maggioranza parlamentare questo governo si dimetterebbe immediatamente per lasciare campo libero a un governo politico”. Quello di Mattarella è dunque un appello a una fiducia fino a dicembre, la convinzione del Presidente è che un governo “elettorale”, dimissionario sin dalla nascita, non potrebbe risolvere il nodo politico dell’Iva, con “il rischio ulteriore di esporre la nostra situazione economica a manovre e offensive della speculazione finanziaria”. Vi è poi il timore “che a legge elettorale invariata in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, con tre schieramenti nessuno dei quali con la maggioranza necessaria e con schieramenti probabilmente resi meno disponibili alla collaborazione da una campagna elettorale verosimilmente aspra e polemica”. Insomma, un gran mal di testa, anche per Mattarella che comunque chiarisce, di aver messo i partiti di fronte a “diverse opzioni” rispetto alle quali di fatto dovranno assumersi le loro responsabilità. Compresa la data del voto. Lo stesso Presidente, consapevole di come vanno le cose qui in Italia, ha rimarcato poi un aspetto non secondario: chiederà ai componenti del governo “di servizio” di non candidarsi alle successive elezioni politiche. I tempi per l’avvio di questo governo, elettorale per luglio/ottobre o a termine fino a dicembre sono brevissimi: il presidente del Consiglio incaricato sarà convocato prevedibilmente già oggi, al massimo domani, al Quirinale. In realtà, è chiaro che sulla scrivania di Mattarella una lista di papabili è stata già compilata da tempo, ma con una difficoltà aggiuntiva: non è facile trovare “volontari” per la presidenza del Consiglio e soprattutto per i posti di ministro per un governo che deve apparire “neutrale”, quindi esclude i politici di professione, ma possibilmente anche autorevole, a fronte del fatto che al momento non è escluso che non possa fare neppure un giorno con i pieni poteri, ma debba gestire solo gli affari correnti fino alla conclusione delle prossime consultazioni. Insomma chi abiterà palazzo Chigi, se pur per qualche giorno, arriverà di certo dal mondo dei giuristi, degli economisti, insomma personalità di rilievo che dovranno comunque esporsi per qualche mese e con il rischio di “farsi impallinare” dalle forze politiche impegnate in una campagna elettorale prevedibilmente “aspra”. Ecco la fotografia di un’Italia sull’orlo di una crisi di nervi, che è vittima di se stessa e di un  “Parlamento appeso”, senza una maggioranza uscita dalle urne dello scorso 4 marzo. Bene, allora, auguri a tutti.