Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Gli interessi francesi in Siria ed il finanziamento al terrorismo islamico.

di Lorenzo Peluso.

Il tempo restituisce sempre la verità dei fatti. Insomma, negli ultimi cinque anni, oltre al terrore imposto dai miliziani Isis, si è posta anche una questione che direttamente ha interessato le cancellerie mondiali: chi ha finanziato il terrore Jihadista, e perché? Dunque, era chiaro a tutti che dietro il terrorismo islamico, ci fossero grandi finanziatori. Si è parlato spesso di finanziatori arabi, in realtà era chiaro che anche l’Europa dovesse avere la propria parte in questo. Ora si scopre che proprio la Francia, insomma proprio chi ha pagato un prezzo alto al terrore jihadista, ha contribuito notevolmente alle imponenti e folli spese del califfato. Nel mirino infatti è finito il gruppo francese Lafarge, che è leader mondiale nella produzione di cemento. Fatto clamoroso è che a scoprire ed accusare i vertici di Lafarge sono proprio i francesi. Giovedì scorso a Parigi, tre giudici incaricati delle indagini sulle attività del gruppo in Siria, tra il 2011 e il 2015, hanno formalmente accusato di complicità in crimini contro l’umanità il gruppo francese Lafarge. L’accusa pesantissima è di aver “finanziato attività terroristiche” e “messo in pericolo la vita dei propri dipendenti”. L’inchiesta condotta dai giudici parigini ha dimostrato come Lafarge ha sovvenzionato con almeno 13 milioni di euro diversi gruppi armati in Siria. L’accusa è di aver sovvenzionato con almeno  cinque milioni di euro il solo Stato Islamico. Lo scopo in realtà è del tutto legato agli interessi economici e finanziari che il gruppo francese detiene in Siria, ossi provare a mantenere in funzione lo stabilimento di Jalabiya, nel nord del paese, garantendo così anche la circolazione dei materiali e la vendita dei prodotti e magari anche, perché no, tutelare la sicurezza dei proprio dipendenti. L’inchiesta è nata dalla circostanziata denuncia presentata da due Ong, dove si sosteneva che i vertici del gruppo Lafarge “pagavano” in territorio siriano gruppi armati e terroristici tra cui il califfato per garantirsi protezione e funzionalità dei propri interessi economici. Dunque, i vertici francesi della multinazionale, secondo le Ong, non potevano non considerare che nel mentre  stavano contribuendo, attraverso questi pagamenti, a finanziare i crimini contro l’umanità che venivano commessi dallo Stato islamico nella regione. La più agguerrita tra le Ong è l’associazione Sherpa. In realtà il gruppo Lafarge ha anche tentato una sorta di difesa, spiegando in un comunicato ufficiale, che il sistema di vigilanza della sua controllata siriana non le ha consentito di individuare le carenze ma che alcune misure in merito sono già state adottate. Al momento, quel che risulta è che due dei dirigenti del gruppo incriminati nel caso non lavorano più per l’azienda. Troppo poco in verità per giustificare quel che è accaduto. Insomma, anche questa volta, come ben dimostrato negli anni in Libia, i francesi mantengono ben salde le proprie posizioni economiche nei paesi del Medio Oriente, e certamente non hanno scrupoli nell’alimentare situazioni pericolose per la stabilità dell’area, e non solo, al solo fine di perseguire i propri interessi. Cosa ci dobbiamo aspettare ora dalla giustizia francese? Intanto che si ammetta pubblicamente che il terrorismo islamico è figlio solo ed esclusivamente di interessi economici di portata straordinaria, coltivati anche e soprattutto da multinazionali europee, e che poco ha a che fare con le questioni religiose e culturali, che sono sempre uno scudo o meglio un paravento. Che si apra formalmente un’indagine su tutte le multinazionali, anche quelle del petrolio e del gas che operano da anni indisturbate nel nord Africa, nel Niger, ed in Medio Oriente, portando alla luce le commistioni ed i legami, se ve ne sono. E magari, che arrivino anche condanne esemplari, che siano da monito a tutti, partendo proprio dai vertici della Lafarge.Intanto, è chiaro, su tutto questo dovrà intervenire anche il Tribunale Internazionale dell’AIA.