Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Giuseppe La Rosa, l’ultimo eroe di un Paese che esiste

di Lorenzo Peluso

Il ricordo di Giuseppe La Rosa, dal libro As-salāmu ‘alaykum. La pace sia con te, con tutti coloro che ogni giorno lavorano per la pace. Di Lorenzo Peluso, Graus editore.

Il sole è alto a Camp Arena. C’è una luce particolare nel tardo pomeriggio, quando i colori del tramonto iniziano a farsi notare. Quasi una penombra che pian piano oscura i raggi del sole. Tutto appare in modo diverso. Una nuova prospettiva avvolge tutto e tutti. Ci stringiamo la mano… sembra quasi un rincontrarsi dopo anni di lontananza. In realtà Roberto non lo avevo mai visto prima, non lo avevo mai incontrato nei miei diversi viaggi ad Herat. Lo chiama Peppe, ne parla come se lo avesse appena lasciato… magari alla mensa oppure a chiacchierare in Piazza Italia, nel cuore di Camp Arena. Il maggiore Roberto Diaso, amico fraterno di Giuseppe la Rosa, mi racconta dell’ultimo grande eroe italiano morto tragicamente in Afghanistan l’8 giugno 2013. Un ultimo sacrificio di sangue che il tricolore porta impresso in quel colore bianco tra il verde della speranza ed il rosso che gli antichi Romani, che veneravano Marte come dio della guerra, interpretavano come il sangue sparso durante le battaglie. Chi indossa la divisa, chi vive la mimetica e le armi come missione, conosce bene il significato del MORIRE IN BATTAGLIA. Lo accetta, lo comprende, lo mette in conto. Il maggiore La Rosa era siciliano, originario di Barcellona Pozzo Di Gotto, un comune a pochi chilometri da Messina. Viveva con i suoi genitori e due fratelli. Aveva appena 31 anni, era alla sua seconda missione in Afghanistan. Ancora tre mesi, poi, a settembre, avrebbe fatto ritorno a casa. Giuseppe è a bordo di un Lince con i suoi commilitoni. Sta rientrando nella base di Farah dopo aver svolto attività in sostegno ad alcune unità dell’esercito afghano. L’orologio segna le 10:30 locali. Il mezzo su cui Giuseppe si sta spostando rallenta ad un incrocio, il traffico sulle strade dell’Afghanistan è, come sempre, caotico. Uno scatto fulmineo sulla ralla3 e un giovane, uno di quelli per i quali altri giovani sono venuti in questa terra con la speranza di cambiare il Mondo, si scaglia sul mezzo e lancia cadere un ordigno esplosivo che rotola veloce all’interno del mezzo blindato. Il maggiore La Rosa, seduto all’interno, lo vede. Lo vede e capisce. In una frazione di secondo decide. Con il proprio corpo fa scudo. L’ordigno esplode. Giuseppe muore, tre militari rimangono feriti, ma sono vivi.
Veniva fatto oggetto di un vile attentato terroristico. Con eroico gesto, dimostrando non comune coraggio, impareggiabile generosità e cosciente sprezzo del pericolo, si immolava ponendosi a scudo delle altrui vite, proteggendole con il proprio corpo dalla deflagrazione di un ordigno lanciato all’interno del veicolo nel quale viaggiava. Altissima testimonianza di nobili qualità umane ed eroiche virtù militari, spinte fino al supremo sacrificio.
Sono queste le motivazioni che si leggono nel documento che accompagna la Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita a Giuseppe dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e consegnata alla sua famiglia. Questo è ciò che conserveranno per sempre la mamma, il papà e i due fratelli di Peppe. Questo è l’orgoglio che conservano, imperituro, i suoi amici.
Come se fossimo amici da sempre, l’uno al fianco dell’altro, il maggiore Diaso ed io ci avviciniamo alla bandiera italiana posta al centro di Piazza Italia. Mi parla di Giuseppe, della sua allegria, della sua preparazione, dei suoi sogni e delle sue passioni, del suo essere meridionale… siciliano! Mi parla dell’orgoglio di servire il proprio Paese. È stata una scelta di vita, quella di Giuseppe, voler entrare nelle Forze Armate… non solo per il lavoro, ma per i valori, per poter dare il proprio contributo. Ai piedi del tricolore c’è la ricostruzione di un piccolo nuraghe, simbolo della presenza della Brigata “Sassari” in Afghanistan. Roberto si piega, accarezza con la mano la fredda pietra che porta inciso il nome di Giuseppe. Dagli occhi le lacrime gli solcano il volto. Roberto non parla. Io neppure… non saprei proprio cosa dire. La mano continua a sfiorare quella pietra. Mi avvicino e la leggo:
Maggiore Giuseppe La Rosa, terzo Reggimento Bersaglieri, caduto in combattimento. Farah, 8 giugno 2013
In alto, sui due lati, le effigi della Brigata “Sassari” e del Reggimento Bersaglieri.
“Lui era un ragazzo dai grandi valori, scherzava sempre, era di una disponibilità che non ha eguali, amava la sua famiglia e gli amici, amava il suo lavoro… questo lavoro!” mi sussurra Roberto.
Il maggiore La Rosa è la 53esima vittima italiana in teatro afghano.
“Io faccio il suo stesso lavoro – aggiunge Roberto – nel Military Advisor Team della Transition Support Unit South (TSUS). Diamo supporto alle forze armate afghane per garantire la continuità del lavoro svolto da noi in questi anni fin quando andremo via, a dicembre”. A pochi passi c’è Ciano, un bar all’interno della base. Ci avviciniamo, entriamo e prendiamo qualcosa da bere. I bicchieri sono in plastica, ma poco importa.
“A Giuseppe!”. “A Giuseppe e a tutti coloro che qui rimarranno, per sempre”, aggiungo io.
Usciamo. Ci salutiamo. Il maggiore Diaso, Roberto, mi abbraccia. Siamo amici da sempre ma non lo sapevamo.
“Ajò, Roberto”