Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Gian Lorenzo Bernini – Vita et opera (Parte 1)

Eduardo Sineterra

“La Beata Ludovica Albertoni in San Francesco a Ripa, la più grande meraviglia! Ecco qualcosa che eccede il capolavoro! Che fa del ‘Bernini un capolavoro’ e non è più un capolavoro del Bernini! Andate a vederla! Guardatela in questo suo venir meno da monaca, tra i merletti marmorei, tra queste maniche che non tornano anatomicamente e vedrete davvero cos’è una cosa mancata. Non è una mancanza, è mancata ‘da per sempre’! Non appartiene più al discorso: è prima delle parole ed è dopo delle parole.” Carmelo Bene

Non è possibile ricostruire un’indagine sintetica ed esaustiva circa la biografia di Gian Lorenzo Bernini senza imbattersi anzitutto nel carattere poliedrico dell’artista. La firma del maestro è presente in tre settori specifici dell’arte, dal suo immenso genio oltremodo influenzati e riformati: la scultura, l’architettura e la pittura. Le attenzioni di questa indagine si focalizzeranno su uno di questi specifici settori, la scultura per l’appunto, partendo da un’iniziale biografia dell’artista, attraversando i luoghi plasmati dalle sue opere, sino a giungere alle tecniche particolari del suo “tocco scultoreo”.

Vita et opera –

Gian Lorenzo Bernini nasce a Napoli nel 1598. Figlio d’arte (il padre Pietro Bernini fu noto pittore e scultore italiano di origini toscane) intraprende la carriera artistica lavorando presso lo studio paterno. La peculiare formazione del giovane scultore avviene nel florido ambiente artistico romano dove, ben presto, realizza insieme al padre, una prima serie di opere significative, quali: la Capra Amaltea, il Putto con il dragone, la Fontana con il satiro e la pantera e il Gruppo Bacchico. E’ durante questo primo periodo che il “cantiere berniniano”, incaricato dal cardinale nepote Scipione Borghese, ridisegna con una serie di gruppi scultorei, detti Termini o Erme colossali, uno tra i più caratteristici giardini romani: Villa Borghese. Qui vennero distribuite, seguendo un meticolosa ripartizione scenografica, dodici statue (tra cui Priapo e Flora) raffiguranti busti antichi sormontati da cesti di frutti, più una tredicesima erma tutta in travertino e di fattura seicentesca. Nel prosieguo, svincolatosi dalla supervisione paterna ed in completa autonomia stilistica, il ventenne scultore darà sfoggio a tutto il suo immane talento e genio; ne sono testimoni: le entusiasmanti nature morte delle Quattro stagioni prima e i neo-classicissimi del San Lorenzo sulla Graticola e il San Sebastiano poi. Ma è con le sorprendenti opere del gruppo marmoreo sito all’interno della Galleria  Borghese (l’ Enea, Anchise e il figlio Ascanio, il Ratto di Proserpina, il David e l’Apollo e Dafne), che l’artista raggiungerà una fama mai conosciuta prima. Per soli cinque anni fu impegnato nella realizzazione delle opere, eppur tale fu ampia l’eco della sua impresa che, da quel momento in avanti, venne definitivamente consacrato come il “Michelangelo del suo tempo”, come voluto dal suo mentore e mecenate Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII. 

Se Roma, a partire dal 1630, cambia radicalmente i propri connotati architettonici, divenendo barocca, è grazie a Gian Lorenzo Bernini che, attraverso le sue inestimabili tecniche e pratiche scultoree, ne ridisegna a pieno le sue forme. Ancora incaricato dal cardinale Scipione Borghese e supervisionato dal fedele mentore Maffeo Barberini, Bernini trasforma le piazze della capitale, dalla Fontana dei Quattro Fiumi (p.za Navona) alla Fontana del Tritone (p.za Barberini) ed è proprio  durante questi anni che realizzerà l’opera-simbolo iniziatrice del Barocco a Roma, ovvero: il Baldacchino, posto all’interno della Basilica di San Pietro del 1633. La costruzione della Barcaccia, sita in piazza Navona, del 1629, vide un momentaneo ritorno del sodalizio artistico del cantiere berniniano, con tanto di api, simboli araldici, come firma scultorea di Gian Lorenzo. 

In seguito alla morte del papa Urbano VIII, amico ed estimatore dell’artista, con l’avvento del nuovo papato, in seno ad Innocenzo X la carriera del Bernini, giunta nel 1644 all’apice, subì una flessione intimista, anche a causa dei freddi rapporti instauratisi con il nuovo pontificato. Eppure, ciò che ne scaturì fu tutt’altro che un lavoro mediocre: l’ Estasi di Santa Teresa d’Avila (1652) e la Beata Ludovica Albertoni (1674) sono opere figlie della maturità artistica dello scultore da annoverare tra i più incredibili atti marmorei mai realizzati dall’essere umano. Nulla, più di quei contrasti di chiaroscuro ed illusione coloristica, potrà mai imprimere al  supporto siffatta tensione drammatica ed immensa teatralità. Questi atti senza tempo, cristallizzati nella ripresa scultorea, finti dal gioco scenografico delle luci e testimoni dell’aura sacrale dell’opera, rappresentano il vero ed autentico testamento  scultoreo della sensibilità dell’artista. Bernini muore il 28 Novembre 1680 all’età di ottantadue anni; in Europa la sua influenza artistica perdurerà per più di un secolo dopo la sua morte.