Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Gian Lorenzo Bernini – L’ eccellenza del panneggio nell’Estasi della Beata Ludovica Albertoni (Parte 4)

Eduardo Sineterra

Non potevamo chiudere il nostro berniniano percorso scultoreo senza aver menzionato la Beata Ludovica Albertoni: opera-simbolo dell’accurato artista che per mezzo della pregevole tecnica del panneggio, ivi sublimata, trasmutò in capolavoro la peculiare cifra stilistica.

La scultura, ultimata nel 1674 e testimone della maturità dell’artista, è ad oggi custodita nella Chiesa di San Francesco a Ripa, storico luogo di culto romano nei pressi del rione Trastevere. Come già accade nell’opera raffigurante Santa Teresa d’Avila, Gian Lorenzo Bernini  affronta qui il tema dell’estasi cristiana: Ludovica Albertoni, donna di nobili origini, figlia di Stefano Albertoni e Lucrezia Tebaldi, nasce a Roma nel 1474 (ca.) Orfana di padre, in tenera età fu allevata dalla nonna materna e dalle zie e, poco più che ventenne, fu data in sposa al nobile Giacomo Della Cetera dal quale ebbe tre figlie. In seguito alla prematura dipartita del giovane marito avvenuta nel 1506, Ludovica, all’età di trentadue anni, abbracciò i dettami del Terz’Ordine di San Francesco e in  questo suo nuovo sodalizio mistico, guidata spiritualmente dai frati minori di San Francesco a Ripa, dedicò l’intera sua vita sia alla cura degli ultimi, individui posti ai marginati della società, sia aiutando le donne in difficoltà economica a convolare a nozze, ovviando al pagamento della loro dote. Famose furono le cure che questi prestò nel tentativo di alleviare il dolore del popolo romano in seguito al sacco lanzichenecco del 1527; è qui che venne consacrata come “madre dei poveri”. Nel 1532, ammalatasi gravemente, decise di affrontare da sola e senza l’aiuto dei propri cari il lungo calvario della malattia; suo unico compagno: il crocifisso che stringeva tra le mani il dì del decesso avvenuto il 31 Gennaio del 1533. Il 1671 è l’anno della beatificazione mentre, nel 1675, le spoglie della beata verranno traslate nel monumentale altare, dove tutt’oggi risiede, per volontà della nobile famiglia Altieri. L’opera verrà commissionata al settantenne Gian Lorenzo Bernini. 

Nel raffigurare l’estasi, da cui la beata Albertoni è visibilmente rapita, ancora una volta l’eccelso incisore coglie magistralmente l’acronico ‘momentum’ scultoreo: né prima né dopo, nell’atto e non nell’azione, ovvero nell’intervallo di maggior tensione, il gesto ci viene restituito al culmine del pathos (cit. Parte 3). Il letto su cui la beata giace è immerso in un autentico spazio scenografico dove la luce sempre vivida di due piccole finestre nascoste, attraversando radente le quinte inclinate, genera inesauribili e morbidi chiaroscuri sulla bianca statua: è il barlume divino che, disceso sulla beata, la stravolge e, insieme, la seduce. Ma è nel panneggio, ovvero nella raffigurazione dell’insieme delle pieghe delle vesti qui disposte ad arte, che il perpetuo moto dell’opera si palesa: sul corpo esanime della beata che, mentre si dispiega e si contrae nell’impeto lenitivo, lentamente si abbandona nell’ampia e vaporosa veste; sulle intirizzite mani che sprofondano in essa; nel tendersi delle lenzuola; nel precario velo sull’estatico viso; mentre le labbra di lei, schiuse dal gemito divino, guidano il rapimento mistico sino all’eros del sacro.

Qui si chiude la rassegna su Gian Lorenzo Bernini: sommo maestro che della vita, così come della sua arte, ne fece un autentico capolavoro.

Fine