Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Gian Lorenzo Bernini – i quattro atti scultorei (parte 3)

Eduardo Sineterra

Avendo già affrontato, nella seconda parte di questa rassegna, il primo dei quattro gruppi scultorei, passiamo ora alla descrizione ed analisi degli ultimi tre: il Ratto di Proserpina, il David e Apollo e Dafne

Ratto di Proserpina

Nel 1621, in seguito alla morte di Paolo Borghese (17 Settembre 1552 – 28 Gennaio 1621), altrimenti noto come Papa Paolo V, il cardinal nepote Scipione Borghese, con la speranza che il più potente esponente della famiglia potesse in pace risorgere, commissiona al Bernini un gruppo scultoreo raffigurante il Ratto di Proserpina. Simbolo del ciclico rinnovamento della natura e delle sue stagioni, il mito, presente sia in Claudiano (De Raptu Proserpine) che in Ovidio (Metamorfosi,V,385-424), narra del rapimento della dea per mano di Plutone, principe degli Inferi. In quest’opera, il dio insensibile e fiero, sta trascinando Proserpina nell’Ade, i muscoli son tesi nello sforzo di sostenere quel corpo che lentamente si sta divincolando, tanto che le mani della divinità affondano letteralmente nelle carni di lei. Come la Gorgone Euriale fissava le sue vittime, così l’immensa sensibilità del Bernini testimonia questa lotta: né prima né dopo, non nell’azione ma nell’atto, nell’intervallo di maggior tensione, il gesto è catturato al culmine del pathos. E’ questo il ‘momentum’ scultoreo!

David –

Terza della serie di opere scultoree commissionate al Bernini dal cardinale Scipione Borghese, realizzata in soli sette mesi (tra il 1623 e il 1624) e parallelamente al gruppo Apollo e Dafne, il David  è sicuramente da annoverare tra le opere più celebri dello ‘scultore della pittura’. Davide il profeta, progenitore di Cristo e il più importante sovrano della storia d’Israele è il tema dell’opera. Il suo ritratto, tramandato nei libri di Samuele della Bibbia Cristiana, rimanda ad un duplice valore semantico: d’immagine eroica dai signorili lineamenti e di ‘manu fortis’, guerriero audace ed astuto. Per la realizzazione del gruppo scultoreo, la scelta del Bernini, come già il Buonarroti optò prima di lui, gravò sulla seconda di queste traduzioni, esaltando la forza e l’intelligenza come prerogative del perfetto uomo moderno. Ma a differenza di Michelangelo, che rappresentò l’eroe nelle sue mirabili e perfette fattezze, Bernini ha il pregio di aver ritratto, tramite il ‘medium’ scultoreo, invece che una statua, una storia: la lotta ingaggiata tra Davide ed il gigante Golia, la cui chiara (eppur celata ndr) presenza viene evocata attraverso il lacaniano gesto mancato del protagonista, figlio del divino afflato scultoreo berniniano. Mentre sta per scagliare il colpo mortale, il corpo, al culmine della tensione, sprona ogni nervo; la sintesi del disumano sforzo è racchiusa nell’innaturale allungamento del suo collo, nell’attimo antecedente il punto di svolta dell’intera narrazione biblica: l’atto. Fissità e moto, puntualità e momentaneità incarnano, in questa meravigliosa opera, la quintessenza dell’arte dello scolpire di Gian Lorenzo Bernini: la negazione del movimento attraverso il sommo gesto.

Apollo e Dafne –

In maniera complementare al gruppo Enea, Anchise e il figlio Ascanio, rappresentante la ‘storia’ di Roma, il gruppo scultoreo Apollo e Dafne, inscenante la ‘favola’ ripresa dalle Metamorfosi di Ovidio, delle quattro statue della Galleria Borghese, è tra tutti il più sorprendente; lì dove Bernini eccede sé stesso e diventa il ‘Michelangelo del suo tempo’, come voluto dal suo mentore e protettore Maffeo Barberini. Un mito tradotto in immagini, melanconico e meditativo che passa dalla vanità del desiderio all’amarezza del vano godimento dei sensi. Per lo scultore si presenta un’ardua sfida: riprodurre una tra le vicende più difficili da raccontare, per la sua prolungata azione nel tempo, poco compatibile con l’opera scultorea: la trasformazione della ninfa Dafne in una pianta d’alloro, appena sfiorata dal tocco del dio Apollo. Bernini, trasferendo la durata dell’azione dal piano della sequenza narrativa a quello della percezione, riesce magnificamente a superare la prova. Ritraendo le due divinità non nel momento dell’inseguimento  bensì nel  raggiungimento, nella conquista e nell’inevitabile perdita successiva, il geniale scultore capovolge il senso comune di causa-effetto del mito, esautorando la causa lì dove si realizza l’effetto dell’opera: la metamorfosi, l’inalberarsi della dea Dafne avviene sotto gli occhi del dio Apollo che lentamente la vede svanire. Sviluppo emozionale e non più temporale: è qui che s’innesca la dinamica psicologica di movimento. 

E’ qui che il Bernini avvierà un nuovo modello fondamentale al futuro linguaggio scultoreo: il panneggio. 

 

Ratto di Proserpina

David

Apollo e Dafne