Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Fistelia. Un patrimonio universale tutto da scoprire

di Giancarlo Guercio

Capita che un alunno ti chieda notizie sulla storia dei nostri luoghi. Capita che cominci a raccontare i fasti di un tempo antico in cui il territorio in cui viviamo tutto era tranne che area marginale, o periferica, o interna! Capita allora che si decida di accompagnare gli alunni a visitare l’antica e “gloriosa” Fistelia, e lì avviene qualcosa di magico. Imboccata la superstrada cilentana all’altezza di Policastro, si vede da un lato l’imperioso e possente “Monte Bulgheria”, e dall’altro un crinale perpendicolare ad esso, l’unico che deroga dalla caratteristica forma cosiddetta “a pettine” delle colline che dal lagonegrese si inabissano nel Tirreno all’altezza della costa cilentana. Primo svincolo, e siamo arrivati. Benvenuti a Roccagloriosa, quella che un tempo era la ricchissima Fistelia. Gli antichi sapevano come vivere, e come vivere bene! Ascoltavano la natura, ne assecondavano i cicli e i frutti, scambiavano le merci con gente proveniente da altri territori. Quale migliore occasione per la città che oggi chiamiamo Roccagloriosa? La posizione era veramente strategica! Situata su un colle a criniera, guardava dall’alto verso l’interno lì dove si rifrangono le colline del Cervati, verso occidente invece controllavano l’area che si propaga fino a Palinuro, raggiungibile via fiume attraverso il fiume Mingardo (che allora era navigabile!) e verso sud-est si apriva sul Golfo di Policastro, da cui provenivano merci e genti da tutto il Mediterraneo. Compravano tessuti e pietre preziose e vendevano olio, vino e grano. Chi? Un melting pot di culture: gli Osci prima, gli Etruschi, che si spinsero fin qui (uno dei punti più meridionali della civiltà etrusca), che per un periodo coabitarono con gli Enotri, grande civiltà greca, e infine i Lucani, anch’essi greci, che dominarono dal IV-V sec. a.C. fino a circa il II sec. a.C. Tutto ciò formò una città splendida, ricca, vivace: forte era il culto a Hera Argiva e a Dioniso (forse per la produzione di un ottimo vino, testimoniato da semi di vite e tralci rinvenuti all’interno di alcune mura durante i pochi scavi dei decenni scorsi). Gli alunni, si sa, non sempre sono incuriositi dalle cose del passato; la storia, anzi, appare spesso come una noiosa materia che richiede la memorizzazione di date, nomi, avvenimenti e non sempre lo si fa con piacere. Tuttavia, non è mancata la curiosità di certi allievi di comprendere, di capire il significato di alcune tracce, nella scarna area archeologica prima, e nel minimalista museo dopo. C’era interesse nel loro spirito, desiderio di sapere. I reperti emersi sono tutti di grandissimo pregio e informano su una civiltà che probabilmente, e stando ad alcune informazioni, ebbe nome Fistelia. Ciò sarebbe anche sostenuto da una ipotesi molto suggestiva: in antichità, l’esistente ma non precisamente collocabile città di Fistelia aveva una moneta propria e su ognuna di esse era coniato un volto e alcune parole bilingue: osco e lucano. Come nell’antica Roccagloriosa, dove appunto si parlavano contemporaneamente le due lingue. Quindi la città era talmente potente al punto da battere moneta ed era così ‘aperta’ che consentì la coesistenza di culture anche molto diverse tra loro. Una città medio-grande della Magna Grecia, particolarmente estesa (considerando il tracciato di alcune parti delle imponente mura di cinta) in cui abitavano intorno a 30 mila abitanti, coi suoi santuari, i suoi teatri, il foro, l’ecclesi, ecc. Elementi che oggi possiamo solo immaginare, perché tutto è (forse per fortuna) coperto da un morbido strato di ricchissima terra, lì nascosto a sostenere i possenti ulivi, le sterpaglie, la folta erica. “Perché non si scava?”, ha chiesto un ingenuo alunno. Come rispondere a una simile domanda? Quali pretesti addurre? Con vaghezza e con aria di sufficienza io e la mia collega abbiamo allargato le braccia e tentando di consolare il “novello Winckelmann” ci siamo recati verso il punto di ristoro, quello che fu un monastero, per deliziarci con un’ottima lasagna.