Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

“Finchè c’è guerra c’è speranza”. Un viaggio nell’economia “circolare” delle armi.

di Lorenzo Peluso.

Inutile chiedersi il perché delle guerre. Molto semplicemente è chiaro a tutti, anche se spesso fingiamo di non vedere e non sapere, che le guerre alimentano economia “circolare”, anche e soprattutto in Europa. Più Paesi vanno in crisi, aprendo fronti di scontro, che spesso finiscono nell’innesco di conflitti armati, tanto più le cancellerie europee affidano la contrattazione commerciale ai propri emissari alimentando la vendita di armi. Sia chiaro, questo è uno dei grandi business globali; quasi inutile cercare di individuare le singole responsabilità. Per capire di cosa parliamo è utile il rapporto reso noto dall’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma (Sipri). La sintesi è chiarificatrice: cresce la domanda di armamenti rivolta agli Stati europei. La vendita di armi infatti rappresenta un punto fermo del sistema economico del mercato interno dell’Europa. Insomma, si producono e si vendono armi, tra gli stessi paesi europei. Ma non facciamoci ingannare, perché questo è spesso solo il mezzo, oramai consolidato, per poi trasferire armi a paesi sotto embargo o meglio ancora a paesi dove magari, gli stessi Stati europei sostengono i processi di pacificazione. Un esempio per tutti. La Grecia è il secondo maggiore cliente di armamenti tedeschi. Nel periodo 2013-2017 il 68% delle importazioni di armi in Grecia, proveniva dalla Germania. basterebbe questo dato per capire cosa mai ne faranno di queste armi in Grecia, Paese notoriamente alle prese con una crisi finanziaria straordinaria da cui non si riesce a venirne fuori. Probabilmente armi che vanno ben oltre i confini ellenici. Lo stesso rapporto Sipri mostra poi come Inghilterra e Francia hanno visto il loro volume di esportazioni di armi aumentare nel periodo di riferimento rispettivamente del 27% e del 37%. Questi due Paesi però hanno una clientela consolidata non tra i vicini Paesi europei. Altro elemento di riflessione è certamente la vicinanza, geografica e non solo, della Grecia alla grande Russia che per effetto della forza annessione della Crimea, ha subito, in forma ufficiale, sanzioni dall’Europa, incluso l’embargo sulle armi. Finiscono forse in Russia gli armamenti tedeschi venduti alla Grecia? Chi può dirlo. La fotografia dei Paesi europei esportatori di armi mostra ai vertici la Francia, seguita poi da Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. Di contro un elenco nutrito di Paesi importatori, ben di 116. Tra questi: l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Indonesia, gli Stati Uniti e l’Oman, ma anche Paesi che si collocano in maniera disomogenea tra i 50 maggiori clienti di questi esportatori (Brasile 18, Polonia 20, Thailandia 23, Colombia 27, Pakistan 29 e Giordania 45). Francia e la Germania, da soli, rappresentano il 12,5% delle esportazioni mondiali di armamenti e munizioni. Più in generale, le nazioni europee coprono il 27% delle esportazioni totali nel mondo di armi. Il nostro Paese fa la sua parte in tutto questo. L’Italia si colloca la nono posto dietro USA, Russia, Francia, Germania, Cina, Inghilterra, Spagna e Israele.. Nel periodo tra il 2012 ed il 2017 la crescita percentuale di vendite ha superato quota 13%. Come dire, “Finchè c’è guerra c’è speranza”, profetico film interpretato dal grande Alberto Sordi nel 1974. Cuore della pellicola, il qualunquismo imperante che affliggeva il nostro paese nel periodo storico conosciuto come quello del boom economico, un periodo in cui il Dio denaro riusciva a travalicare anche i più retti uomini. Dunque, c’è speranza.