Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Eredità morotee. L’importanza dell’Educazione civica

di Giancarlo Guercio.

In questi giorni si è assistito a molte celebrazioni commemorative in occasione del quarantennale dell’uccisione del già Presidente del Consiglio Aldo Moro, un figura tra le più prestigiose della politica italiana e della “prima” Repubblica. Uno statista che seppe dare un notevole impulso alla formazione vera dell’ordinamento repubblicano. Fu tra i fondatori della Democrazia cristiana e suo rappresentante nella Costituente. Il suo temperamento e la capacità di confronto con le più varie forze politiche, l’autorevolezza del suo pensiero e del profilo umano ed etico posero Moro in una posizione privilegiata di interlocuzione e di dialogo con gli esponenti politici e delle istituzioni. Docente di diritto, colto, intelligente, abilissimo nell’arte italiana di dire e non dire, Moro rappresentava il massimo della capacità di mediazione democristiana. L’atto di nascita del centrosinistra può essere considerato il discorso che Moro tenne al congresso democristiano del 1962. Appare significativo un passaggio del lungo discorso (durò ben 5 ore) che pronunciò al congresso della DC che si tenne a Napoli il 31 gennaio del 1962: “Le difficoltà sopravvenute grado a grado e che hanno ora il loro momento culminante non autorizzano certo, almeno non autorizzano la D.C., a svalutare nel loro costruttivo significato quelle collaborazioni, a sminuire i compiti assunti ed i servizi resi in comune da quei partiti, a dimenticare i punti di contatto, le comuni intuizioni, lo slancio e la passioni, con i quali furono affrontate le difficoltà e delineati e perseguiti gli obiettivi della ricostruzione dello Stato democratico, assicurata la difesa delle istituzioni, configurata una linea solidaristica e democratica di politica estera. Non abbiamo da ripudiare dunque, nel suo valore storico, questa esperienza per la quale, aderendo, in rapporto ai tempi ed alle circostanze, ai bisogni del Paese, si provvedeva al presente e si preparava nella serenità di una normale vita democratica l’avvenire. […] Ed in particolare veniva così esplicata un’efficace funzione di differenziazione, di polemica, di monito, ma con significato del tutto costruttivo, verso sinistra, poiché proprio sul lato più esposto dell’area democratica, la socialdemocrazia assumeva una vitale posizione di difesa della democrazia italiana ed esprimeva, proprio per la sua dolorosa lacerazione, una denuncia della pericolosità del frontismo ed un avvertimento severo contro ogni confusione”. Sostenuto anche da altre riflessioni che mostravano una indicazione politica precisa, Moro svoltò a sinistra e diede all’arco politico nazionale un senso nuovo, prolifico e propositivo, che apriva alla collaborazione solidale del socialismo e che escluse le frange estreme del comunismo e del totalitarismo di destra. Nacque con questa lungimirante svolta una fase politica nuova. C’è un aspetto che ritengo vada messo in rilievo e considerato soprattutto per il suo profondo valore etico. Moro riconobbe che tanto il politico quanto il singolo cittadino andassero formati ed educati ad una idea nuova dello Stato e della “res publica”. L’Italia era in una fase progressiva di ricostruzione e la grandezza di Moro fu di comprendere che la rinascita vera della Nazione dovesse affondare le sue basi solide nella democrazia e nella conoscenza. La sua profonda sensibilità verso il comparto dell’educazione (dal 1957 al 1959 fu anche Ministro della Pubblica Istruzione)  portò Moro a istituire la fondamentale materia della Educazione civica. Era il 1958 e di profonda suggestione è la motivazione con cui sostenne l’importanza di questa materia nelle scuole medie e superiori. Egli infatti affidò senza indugio all’istituzione scolastica il non facile compito di lavorare per rafforzare il terreno sul quale sono costruite le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà. A livello formativo, oltre al sapere, è importante secondo Moro “sviluppare, formare e far crescere personalità capaci di umanità e responsabilità sociale, pienamente consapevoli del bisogno di trasmettere l’ importanza e il valore della libertà e della democrazia, la sollecitudine per gli altri, la semplicità e  la meraviglia di una educazione strutturata comunitariamente  veramente capace di  agire nella storia, di accogliere valori autentici, di sviluppare il senso critico, di raggiungere la conoscenza di ciò che è vero, bello, buono”. Una grande lezione di umanità e di senso civico di cui spesso ci sentiamo orfani e che esprime la cifra della caratura dell’uomo, del politico e dello statista Moro e che per le sue idee talvolta pesanti come macigni per la stessa democrazia cristiana entrò nel mirino del terrorismo e morì per mano delle brigate rosse. Una pagina orrenda della politica e della società italiana che rappresentò l’acme di quelli che furono definiti gli anni di piombo. Lo spirito propositivo e determinato di Moro fu certamente un faro di autorevolezza istituzionale, di raffinata etica e di abilità politica. In una fase delicata per contrasti e contrapposizioni politiche, dettate della azioni sovversive di una società in continua trasformazione, durante il Congresso DC del 1973 egli non si astenne dall’assumere, ancora una volta, una posizione incisiva e forte ma di grande atteggiamento propositivo: “Per quanto si sia turbati, bisogna guardare al nucleo essenziale di verità, al modo di essere della nostra società, che preannuncia soprattutto una persona più ricca di vita e più consapevole dei propri diritti. Governare significa fare tante singole cose importanti ed attese, ma nel profondo vuol dire promuovere una nuova condizione umana”.