Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

E’ il desiderio, che fa rinascere le foglie a maggio.

di Lorenzo Peluso.

Occorre fermarsi, di tanto in tanto, e guardarsi indietro. Occorre meditare e provare a comprendere ogni passo che abbiamo compiuto, nella direzione dell’oggi. Come abbiamo modificato il nostro percorso, in quali sentieri inesplorati ci siano incamminati, cosa abbiamo incontrato e cosa abbiamo lasciato per strada? Normale credo fermarsi, a riflettere sul nostro cammino verso il domani. Lo scorrere del tempo è la dimensione dello spazio. Da punto a punto, dice la fisica. Nel mezzo, cosa c’è se non il nostro vivere? Il percorso però non è una linea retta, tutt’altro. E’ un insieme di aree, spesso vuote, altre vuote e piene, spazi che si ramificano lungo la retta, trasformano il contesto in una folta chioma di un albero di quercia secolare. Proviamo ad immaginarla così, la nostra vita. Una quercia alta, possente, con una chioma folta di rami e foglie, verdi e poi ocra, splendide nella loro vegetazione, tristi poi, qualche istante prima di cadere e posarsi al suolo. Li diverranno nuovo humus per la terra che alimenta quella stessa quercia. Ogni esperienza dunque, così come le foglie, diverrà nuova linfa per quel maestoso albero di quercia che è la nostra vita. Ogni giorno vissuto, così come le foglie, ad ogni imbrunire, si lascerà cadere e si poserà al suolo. La meraviglia è che da quello stesso ramo, dopo un tempo stabilito, un altro germoglio tirerà fuori un’altra foglia, che sarà ancora verde e poi, in un ciclo perpetuo, diverrà ocra, poi secca e morirà, ancora. I nostri giorni sono questo. L’alternarsi delle stagioni, che intanto irrobustiscono la scorza della quercia che diviene sempre più alta e possente. Anche ella, ha però il suo segreto. Cosa davvero la rende splendida a se stessa, prim’ancora che a chi la osserva? E’ il luogo. Se posta sulla collina, solitaria e stagliata al cielo, anche quell’orizzonte, osservato dagli occhi sconosciuti di chi l’ha ammira, non potrà non vedere la sua bellezza assoluta, relegata al suo essere solitaria in uno spazio infinito. Se mai è tra le altre querce ed arbusti, si smarrirà nel paesaggio, e pochi, se non nessuno, ne potranno ammirare la sua bellezza. Occorre dunque osservare con attenzione, il contesto, il luogo e lo spazio; occorre capire il senso ed il tempo dell’attesa. Altrimenti è vano il suo crescere solitaria sulla cima della collina. Quello che chiede, la quercia selvaggia, è una mano che ne sfiori la scorza; chi ne sente il profumo della linfa che scorre al suo interno. Chi ne gode dell’ombra alla calura di luglio. Chi ne ascolta il sibilar del vento tra le due foglie verdi in agosto. Chi ne ammira i colori tenui e tristi in ottobre. Ma soprattutto chi ha il desiderio di aspettare la primavera che verrà, quando le foglie verdi avranno il colore degli occhi e dei desideri di chi la stava aspettando. E’ il desiderio, che fa rinascere le foglie a maggio. Dobbiamo forse fermarci, allora. Considerare quel che siamo, cosa facciamo e come lo facciamo, è necessario. Provare ad invertire la rotta del nostro vivere quotidiano; magari provando a mettere la bellezza dell’essere umano al primo posto. Stravolgere la scala dei valori, quello che conta davvero. Se non desideriamo il bello, il meglio, per noi e per gli altri, non può che rimanerne l’arida zolla di un letto di fiume, dove è trascorso troppo tempo da quando scorse l’ultima goccia di acqua di fonte.