Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Dalle elezioni in Iraq, il futuro americano in Medio Oriente.

di Lorenzo Peluso.

L’attenzione del mondo occidentale è concentrata sulla striscia di Gaza; altissima la tensione e preoccupante la reazione che potrebbe arrivare da parte dei palestinesi per la morte, assurda di oltre cinquanta persone, molti bambini, negli scontri con l’esercito israeliano dopo l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme. Passa quindi in secondo piano, ciò che sta accadendo in Iraq, dove si è in attesa dei risultati definitivi delle elezioni legislative che potrebbero cambiare il volto e l’imminente futuro del paese. Sono sempre più insistenti le voci che, ad oltre metà del conteggio dei voti, vedrebbero prevalere Moqtada al-Sadr, il religioso sciita su cui nessuno avrebbe scommesso. Moqtada al-Sadr era dato infatti in svantaggio, anche perché il fronte laico degli sciiti, guidato da al-Amiri, sostenuto dall’Iran, sembrava incarnare l’essenza della politica del mondo sciita.  Quel che invece dovrebbe comunque preoccupare, è che il primo ministro uscente, al-Abadi, sostenuto dalla comunità internazionale, a questo punto sarebbe, utilizziamo il condizionale, lo sconfitto, si dovrebbe assestare in terza posizione nonostante fosse dato come grande favorito. Una prima analisi, fornisce una fotografia inedita degli iracheni, dove a prevalere sembra essere un neo pensiero del mondo giovanile che si aggiunge all’insofferenza delle classi  meno abbienti, che evidentemente rifiutano la classe politica tradizionale, scegliendo due liste anti-sistema. Inoltre, non si può non considerare che questa tornata elettorale, la prima dopo la liberazione dall’Isis, è stata caratterizzata da una bassissima affluenza alle urne. Comunque sia, dal risultato elettorale saranno eletti  329 deputati del futuro parlamento. L’interrogativo ora è quanto l’Iran potrà influire sul futuro dell’Iraq? La considerazione di fondo è chiaramente legata alla forte contrapposizione che Teheran vive con gli Stati Uniti, che in Iraq sono ben radicati e per nulla propensi a lasciare il paese. Tutto ruota dunque sulla componente sciita, e certamente i recenti fatti che hanno caratterizzato la Striscia di Gaza in Cisgiordania, non rendono la vita facile all’occidente. Infine, occorre ricordare che l’Iraq è un Paese che si snoda su tre diverse componenti etniche, oltre ai sunniti e gli sciiti, spesso dimentichiamo i curdi. Se a prevalere sarà dunque  il nazionalismo, l’Iraq arabo si troverà ancora una volta in netta contrapposizione con l’Iran a maggioranza farsi – persiano. Ma se a prevalere sarà la componente religiosa, allora tra Iran e Iraq sciiti, si rinsalderà un’alleanza che metterà a  dura prova, anche in Iraq, la permanenza occidentale, soprattutto quella americana, nel Paese.