Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Dal particulare al sistema territoriale: per un nuovo concetto di ‘orto’

di Giancarlo Guercio.

Qualche sera fa ho avuto occasione di intessere un singolare dialogo con un amico antropologo originario del salernitano; costui mi ha narrato com’è percepito il Vallo di Diano all’esterno, tra le persone degli altri paesi disseminati lungo la provincia o più prossimi al capoluogo provinciale. Chi si è formato sui manuali di Lacan e Lévi-Strauss ha sicuramente acutizzato la vista e affinato lo sguardo. Ebbene, la percezione del mio interlocutore è che il Vallo di Diano sia formato da realtà locali e persone che hanno sviluppato un forte spirito di appartenenza ai propri luoghi e posseggono, tra i punti di forza, una spiccata vocazione alla collaborazione tra paesi. Un po’ stranito dalle esternazioni così convinte dello “scienziato dell’uomo” ho voluto – più per curiosità che per altro – confrontarmi con una cara amica psicologa, stavolta del territorio, alla quale ho riportato il dialogo non sottacendo i particolari dell’argomentazione. La “scienziata della psiche”, che ben possiede il polso della situazione, dapprima si è offerta per una consulenza all’amico antropologo e dopo l’iniziale battuta si è sbilanciata mostrandomi alcune cifre che dimostrano, purtroppo, l’esatto contrario di quanto era stato precedentemente affermato, confutando ogni teoria romantica sia sul senso di appartenenza e sia sullo spirito di collaborazione. Assistere, seppur in differita, alla curiosa ‘diatriba’, ha consentito una interessante riflessione sul territorio e su chi lo abita. Suggestiva è la visione di un antropologo esterno alle dinamiche localistiche che si limitava a evidenziare i punti di forza del Vallo di Diano, a lui noto soprattutto per le sue bellezze e per lo straordinario potenziale che di fatto possiede. Egli, spirito curioso e sensibile, non poteva che raccontarmi le numerose volte che ha visitato la Certosa di Padula o il Centro storico di Teggiano (facilmente raggiunti in auto percorrendo la A2 del Mediterraneo che, come mi ricordava, segue un altro importante tracciato antico, ossia quello della famosa via Popilia che congiungeva, nel tratto meridionale, Capua a Reggio Calabria); ma appassionato podista mi ha anche esternato le emozioni scaturite dalle numerose passeggiate tra i sentieri di collina e di montagna ad esempio del nostro Cervati, della riserva borbonica della Cerreta, dei monti della Maddalena dove si rifugia per ammirare le poiane e che attraversa per raggiungere a piedi il Santuario di Viggiano. A suo dire, quello del Vallo è un luogo prolifico e in costante fermento, che ha prodotto eccellenze manifatturiere e uomini illustri, che ha saputo, almeno per certi periodi, essere rappresentato da figure di spicco che hanno perorato le cause del territorio dando ad esso slancio e lustro. Non ha tutti i torti. Del resto, soltanto qualche giorno prima avevo avuto occasione di assistere a un interessante convegno legato alla inaugurazione dell’Accademia internazionale di studi e ricerche, intitolata ad un uomo illustre come Giovanni Camera che tra l’altro fu sottosegretario con Giolitti. Uomo di Padula, uomo del Vallo di Diano, personaggio emblematico che ha determinato le sorti del territorio sapendolo rappresentare ad alti livelli. Ma è soltanto uno dei numerosi casi che qui si potrebbero offrire, e forse l’amico antropologo mi ha ricordato un difetto – di cui spesso si pecca – e che sovente ci induce alla lamentazione e al catastrofismo invece di entusiasmarci e renderci produttivi. È forse inopportuno in tale sede ricordare al paziente lettore i numerosi “punti di forza” e le relative opportunità presenti in questa area a sud di Salerno e più innanzi sarà  stimolante procedere verso l’analisi compiuta e l’esposizione di idee che possano essere eventualmente utilizzate dagli stakeholders che operano nel Vallo di Diano; ma ineludibili sono anche le riflessioni dell’amica psicologa che, numeri alla mano e procedendo verso una specifica esposizione dei casi, mi ha rappresentato una situazione poco idilliaca fatta, tra l’altro, di fenomeni delicati come le numerose separazioni coniugali e i frequenti disagi giovanili anche piuttosto seri. Secondo una linea di principio e osservando la collocazione urbanistica dei centri che compongono il nostro Vallo parliamo sicuramente di un territorio che non soffre grandi difficoltà in termini di collegamento e quindi di relazioni, soprattutto se si paragona questo ad altre aree anche immediatamente limitrofe che in quanto a strade e trasporti stanno messi sicuramente peggio di noi; e questa zona non è priva di una certa propensione al dialogo e alla collaborazione, soprattutto se si considerano alcune istituzioni, come la Comunità montana o il Parco che con non poca fatica riescono a rappresentare i luoghi della discussione “comprensoriale”. Non poche volte il dibattito allargato promuove idee e programmi che assumono un senso di notevole valore, come il significativo programma “Strategia aree interne – Città Vallo di Diano” che non a caso promuove con il termine “città” (così caro ad alcune personalità del Vallo) un denso rimando a un concetto ormai datato ma profondamente innovativo e che nonostante la lunga gestazione stenta a vedere la luce. E ciò a causa di quello che mi sembra essere uno degli aspetti più problematici delle persone di questo territorio, ossia una certa vocazione a quel particulare di guicciardiniana memoria che sovente induce anche gli uomini savi a guardare con troppa attenzione alla roba del proprio orto, a volte anche a discapito della roba dell’orto del vicino. Questo limite, purtroppo ricorrente e derivante dalla miopia bieca e lesiva di certi “attori” locali, determina l’improduttività e la stasi, l’arretramento e quindi l’arretratezza, la perdita di occasioni, il mancato sviluppo. Per noi la “globalizzazione” si declina con gli acquisti fatti nel negozio del paese limitrofo. Spesso, per rappresentare questo “angosciante” stato di cose, sento citare il capolavoro di Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo. È un errore farlo. Nel romanzo, come nella riproduzione cinematografica a firma del grande Visconti, la storia immutabile, statica e stantia era quella solenne e prestigiosa di una classe aristocratica e nobile che aveva conquistato tutti i requisiti e tutti i diritti per governare un grande regno. Nel nostro caso non possiamo parlare né di aristocrazia, né di governo: erano e sono i grandi assenti del dibattito vero. Per diventare più adulti e per progredire con le azioni che contano dovremmo alimentare una vocazione cittadini innovativa, basata innanzitutto sui servizi comprensoriali e sulla valorizzazione delle nostre risorse. Potremmo farlo partendo da quel motto di Vico, altro illustre conterraneo, che vede il mondo “senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria, ma sempre superiore ai fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti”.