Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Dal flagello coronavirus, un post-progressismo che avrà una nuova parola d’ordine: cooperazione.

di Lorenzo Peluso.

Proviamo a pensare a quel che sarà. Perché ci sarà un dopo, senza dubbio. Dopo i morti, troppi, dopo la recessione, dopo la crisi mondiale da Covid 19, ci sarà un domani. C’è stato dopo la Grande Guerra; li ci furono le potenze vincitrici. Il mondo riprese il cammino anche dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1945, a conflitto terminato, gli Stati Uniti si fecero promotori del Piano Marshall, un piano di aiuto alle potenze che avevano perso la guerra e a quelle limitrofe. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa innanzitutto era un continente distrutto e stremato dai sei anni di conflitto. Certo, ora vi è una differenza che non deve essere sottovalutata. Il flagello di questa guerra ad un nemico invisibile, per la prima volta, non lascerà nessun paese al mondo indenne. Dunque non ci sarà chi potrà partorire un piano strategico per il riassetto del mondo, sul piano finanziario. L’America, quando questo finirà, dovrà anch’ella fare i conti non solo con i morti, come nel resto del pianeta, ma soprattutto con gli effetti economici che saranno devastanti. Stessa cosa vale per la Russia ed anche per la Cina. Insomma, il punto di partenza per tutti sarà la linea immaginario di uno start da dove ricominciare la corsa verso quel benessere perduto. Le democrazie del mondo sono chiamate ad una sfida nuova che potrà rivisitare completamente gli assetti geopolitici attuali. Soprattutto, il rischio concreto, è che non ci sarà, non per mancanza di intuizione strategica, ma per oggettiva mancanza di risorse, quella solidarietà strumentale che tende ad assoggettare alcuni Paesi ad altri, ricamando quel disegno di predominio mondiale di una parte del pianeta su un’altra parte. le democrazie occidentali pagheranno il prezzo più alto, quelle impreparate addirittura soccomberanno. I nodi cruciali saranno certamente, ed ancora purtroppo, quelli legati all’energia. Chi, come l’Italia, non è autosufficiente, potrebbe pagare un prezzo altissimo di sovranità nazionale che tenderà ad essere occupata da altri Stati che viceversa sono assolutamente predominanti in questo scenario. La ricostruzione imporrà la ricerca nel proprio Paese di tutte quelle capacità inespresse che sono capaci di generare economia. Sul tavolo di confronto internazionale ci sarà quindi una ridefinizione dei ruoli, degli scambi commerciali e dunque delle alleanze. Chiaro, sarebbe auspicabile una radicale e quanto mai improbabile inversione culturale e sociale dell’umanità, che magari metta al centro il bene comune, la tutela delle risorse primarie, la salvaguardia del mondo; ma è chiaro che questa è utopia. Non impareremo al lezione, e viceversa ci proietteremo, nella sfida a chi fa prima, o magari a chi è più furbo, ad accaparrarci quanto più possiamo da aree del mondo, come l’Africa, che paradossalmente potrebbe rimanere indenne da questa pandemia, quelle risorse ancora disponibili. Anche li però, se i governanti avranno maggiore interesse per il bene collettivo, non come fatto fino ad oggi, allora alzeranno la testa e pretenderanno condizioni diverse. Ci saranno rischi concreti di nuovi conflitti, questo è chiaro. Ci sarà però anche la speranza di poter ricominciare con ago e filo, ricucendo le diversità sociali dei singoli Paesi, dando valore a ciò che realmente si possiede. Un esempio su tutti. la potenza egemonica della Germania, in Europa, grazie al suo elevato valore industriale, volto all’export, potrà essere ridimensionato, rinegoziato, in virtù di una cambio radicale delle esigenze dei singoli cittadini. Insomma, se il bene primario è altro, troverà poco spazio l’acquisto della vettura tedesca di tendenza. Troverà viceversa molto spazio, l’agroalimentare di qualità, non solo per le esigenze interne di un Paese come il nostro, ma sulla nuova piattaforma di scambio globale. Avremo bisogno di meno acciaio; avremo bisogno molto di più di pane, pasta, frutta, cibo. Può sembrare  un ragionamento semplicistico, ma non lo è nella realtà. Lo dicono i numeri e veniamo alla questione annosa del futuro dell’Europa. Attualmente, per guardare al nostro Paese, l’Italia versa all’Unione Europea 13,8 miliardi di euro. Ne riceviamo, ridistribuiti con i fondi europei, 9,795 miliardi con un saldo negativo pari a 2,455 miliardi. Non è questo il momento di chiedersi perché; ma concentriamo l’attenzione su cosa invece potremmo fare, rinegoziando del tutto i rapporti di scambio tra i diversi Paesi europei. Nell’Europa a 27, attualmente i Paesi che ricevono molto più di ciò che danno sono: Ungheria, Spagna, Slovenia, Slovacchia, Romania, Repubblica Ceca, Portogallo, Polonia, Malta, Lussemburgo, Lituania, Lettonia, Irlanda, Estonia, Grecia, Croazia, Cipro, Bulgaria, Belgio. ben 19 Paesi su 27 che ricevono molto più di ciò che versano all’Europa. Ogni anno il bilancio dell’Unione  prevede un importo di spesa a cui deve corrispondere un pari ammontare di entrate (il bilancio europeo non può essere in deficit). Le principali fonti di entrata sono tre: il gettito IVA, i dazi doganali sui beni extra-UE e i contributi dei singoli paesi, che sono proporzionali al reddito nazionale lordo. Il contributo di ogni paese dipende dal totale dei contributi necessari per far quadrare il bilancio UE e dalla quota di ogni paese sul reddito nazionale lordo dell’Unione. E’ necessaria l’Europa, certo. E’ però perentorio rivedere strategicamente i rapporti economici tra gli Stati. Certo, noi Italiani abbiamo un debito pubblico enorme, da superare. I titoli italiani sono nella mani della BCE e non solo. Ma a questo punto, con un’emergenza mondiale che lascerà macerie ovunque, sarà necessario riprogrammare la ricostruzione dei sistemi economici e sociali dei singoli Paesi, anche in Europa. I mutamenti che matureranno giorno per giorno fino a quando usciremo dal tunnel oscuro del Covid 19, sono di enorme portata e investono tutti gli ambiti della vita collettiva, a livello planetario. Ci troveremo dinanzi uno scenario nuovo che si presenterà con forme diverse di politica, si economia, di società, di cultura che nel mentre sarà stata modificata profondamente con una sensibilità al momento sconosciuta sul piano delle politiche nazionali e internazionali e di protezione della natura. Le economie del mondo capitalista ne usciranno devastate da una snervante depressione economica. Cambieranno e saranno ridimensionati i consumi di massa e l’umanità sperimenterà per la prima volta, dopo i conflitti mondiali, il ridimensionamento del benessere economico. In questo scenario credo che l’Italia, se si farà trovare pronta, con una classe dirigente illuminata che saprà riscoprire il valore autentico della grande capacità di reazione dell’italiano medio, che sa lavorare, da nord a sud, che saprà rimettere sul mercato globale la bellezza di un paese unico al mondo che tutti vorranno ancora visitare, la grande qualità delle nostre consorterie artigianali, la nostra eccellenza agricola e manifatturiera, allora possiamo ricominciare. Una classe dirigente illuminata ed autorevole che dovrà ricontrattare il nostro ruolo sulla scacchiera mondiale, non disdegnando scenari ed alleanze fino ad oggi impensabili. Un post-progressismo a livello diplomatico che avrà una nuova parola d’ordine: cooperazione.