Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Dal 2013, 4000 operai cinesi in più e 4000 operai europei in meno. La strana teoria “dei vasi comunicanti”.

di Lorenzo Peluso.

E poi dice che non si riesce a capire come uscire dalla crisi. L’Europa è allo sbando, questo è certo. Lo è per molteplici ragioni, del tipo geopolitico ed economico finanziario, certamente.
 
Il dramma che sta investendo il vecchio continente passa attraverso una fase acuta di recessione che mette al centro della questione, ancora una volta, il lavoro e la disoccupazione. In Europa non ci sono più economie forti, se ne facciano una ragione i nazionalisti tedeschi, ma anche quelli radical chic francesi. Certo una soluzione, da qualche parte, qualcuno, la dovrà pure tirar fuori. Alcuni economisti sostengono che basterebbe incrementare il numero di persone che producono e quindi guadagnano e quindi spendono, per riattivare il processo di rilancio del mercato interno europeo. Probabilmente hanno ragione. Certo il ragionamento è più che logico. Se vi sono persone che passano dalla condizione di non occupati ad occupati, chiaramente cominceranno a produrre ricchezza e prodotti. Cominceranno a produrre reddito e quindi cominceranno a spendere; quindi il processo, certo, si mette in moto. Allora chi e quando deciderà di creare opportunità di lavoro, o per meglio dire incrementare la propria produzione, magari creando nuovi stabilimenti e quindi nuovi prodotti, e quindi nuovi posti di lavoro? La risposta certo non è semplice da individuare. Certo non che manchino in Europa grandi colossi dell’industria. Ad esempio, in Germani, uno dei colossi che sembra non conoscere crisi, è il gruppo automobilistico Audi – Wolkswagen. Attualmente, ad esempio, da lavoro ad oltre 400mila operai, senza considerare l’indotto, nella sola Germania. E la stessa Germania ben ripaga il prestigioso gruppo automobilistico. Basti pensare che nel periodo gennaio-settembre 2011 il gruppo ha prodotto e venduto, solo in Germania, la bellezza di 864.400 di vetture. Insomma davvero una garanzia di lavoro e di crescita economica. Ma allora per la teoria esposta in precedenza, se questo noto gruppo automobilistico, ad esempio, avesse necessità di incrementare la produzione, in teoria, ma anche in pratica, automaticamente si potrebbe innescare quel processo di crescita a cui si faceva riferimento. Per esser più chiari: incremento della produzione, nuovi posti di lavoro, nuova economia reale, nuovi stipendi, meno disoccupati, più euro in circolazione. Sembrerebbe tutto facile, ma non è così. Non lo è perché oggi “il villaggio globale” detta regole diverse. Nella sostanza, per rimanere sull’esempio citato del gruppo automobilistico Audi-Wolkswagen, è oramai certo che lo stesso gruppo sta rafforzando sensibilmente la propria presenza in Cina e dal 2013 avvierà la produzione in un nuovo stabilimento nel sud del Paese.  Un nuovo mercato certo, ma un mercato ed una produzione che interesseranno solo la Cina. Audi costruirà uno stabilimento a Foshan che comprenderà un reparto presse, oltre a quello di carrozzeria, verniciatura e montaggio. Lo stabilimento prevede l’impiego di circa 4.000 persone a partire dal 2013. Un accordo internazionale frutto della joint venture FAW-VW, alla quale Audi partecipa insieme al partner cinese FAW (First Automobile Works). In sostanza il gruppo, nei prossimi cinque anni, investirà in Cina circa tre miliardi di euro in produzione e distribuzione del marchio Audi. Ecco come stanno le cose. La ricchezza che una volta era prodotta in Europa, sempre più, man mano, si sposta altrove. Il vecchio Continente oramai è saturo. Grandi gruppi economici che potrebbero certamente rilanciare l’economia “locale” sono impegnati a fare profitto in mercati nuovi ed in espansione. Abbiamo parlato di Audi, ma lo stesso discorso vale per Fiat, per rimanere sul territorio nazionale, impegnata nell’ambizioso progetto Chrysler, oltre oceano, e nella produzione di prodotti per il mercato sud americano in Paesi come il Brasile e l’Argentina. Queste sono, purtroppo, le regole del “villaggio globale”; regole che rispettano la teoria dei “vasi comunicanti”, ossia: dal 2013, certo, in Cina ci saranno altri 4mila operai che indosseranno la tuta da lavoro del prestigioso marchio dei quattro cerchi. Mentre in Germania ci saranno, certamente, 4mila operai virtuali che avranno perso il posto di lavoro.