Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Ci vogliono profeti dell’amore. Aprite i porti. Il grido di Mons. Angelo Spinillo.

di Lorenzo Peluso.

Un incontro molto bello e profondo con Mons. Angelo Spinillo, in occasione del 21 marzo, la primavera è Libera. Questo il tema della Giornata Nazionale in Ricordo delle Vittime della mafia che si è tenuto il 21 marzo a Sala Consilina. Un intervista a tutto campo con S.E. Mons. Angelo Spinillo, Vescovo della Diocesi di Aversa, quella stessa Diocesi dove venticinque anni fa, si perché sono passati 25 anni dal 19 marzo 1994, quando si consumò l’omicidio di don Peppe Diana, sacerdote della diocesi di Aversa, per mano della camorra, mentre nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, alle 7,30 del mattino, si preparava a celebrare la messa.

“Quando l’hanno ucciso ancora non aveva compiuto 36 anni, si era speso, nel nome del Vangelo, per i giovani, gli ultimi, gli immigrati e contro il cancro della camorra – afferma don Angelo, così preferisce essere chiamato – Non possiamo negare che ci sono ancora tra noi terribili forme di associazione malavitosa e di camorra, come non possiamo negare che nella nostra società permane un diffuso modo di pensare e di agire che cerca di soddisfare in forme illecite un drammatico bisogno di sopravviven-za. Purtroppo, ancora oggi, sembra che il sottomettersi ad un qualche capo, ad un qualche “boss”, offra più immediate utilità che non la ri-cerca della libertà di essere persone che dialogano per il bene comune, che sentono di essere una comunità che condivide il cammino nella giustizia e nella verità per essere tutti protagonisti della vita sociale e del cammino della storia. La memoria di Don Peppino Diana e del suo sacrificio deve essere per noi tutti come una rinnovata chiamata a superare le logiche di un vive-re ancora rassegnato alla prepotenza e all’illegalità, e un reale e più efficace incoraggiamento a sviluppare, con serena franchezza di dialogo, una vitale unità di intenti e di azione orientate al bene comune”.

Da dove ricominciare dunque per cambiare il mondo, cosa fare, come farlo?

“Per amore del mio popolo non tacerò”, è un’espressione che risuona nei nostri animi con grande intensità e, di solito, concentra la nostra attenzione sul “non tacerò”, intendendolo come un’azione di denuncia che spontaneamente deve sgorgare dall’amore per il popolo che vive nelle difficoltà. Ed è vero: l’amore è sguardo che si rivolge all’amato e lo cerca, è at-tenzione che ascolta e percepisce ogni respiro, è incontro vero con la vita. Da parte sua, poi, Colui che ama non tace il suo amore, lo manifesta con tutta la sua forza, in ogni suo gesto, lo proclama con tutta la sua speranza di donare vita all’amato. Colui che ama è sempre profeta di vita, annuncia con gioiosa fiducia la pienezza di bene cui la vita è orientata e chiama con ansia e con intima sofferenza alla vigilanza nella lotta contro il male e contro i suoi tragici sviluppi. Ci voglio più profeti, ecco, si più profeti. Il profeta è colui che riconosce la presenza Dio, ne ascolta la chiamata, orienta tutto il suo vivere nella ricerca e nella partecipazione al suo amore. Per questo, con lo stesso, generoso e totale amore del suo Dio, il profeta ama l’umanità e, mentre annuncia con fiducia e speranza il bene che Dio desidera condividere con il suo popolo, con la stessa e più sofferta passione ne denuncia i mali, ne accusa il peccato e le tentazioni di prepotenza e di egoismo che causano sofferenze alle vittime e precipitano nel nulla i superbi, gli illusi dominatori che si fanno servi dell’idolatria del potere e del denaro”.

In questi anni cosa è cambiato realmente.

“Il tempo trascorso dall’uccisione di don Peppe Diana ad oggi è stato fecondo per tanti aspetti positivi, ma ha evidenziato anche grosse diffi-coltà che restano da affrontare per promuovere un autentico sviluppo umano e sociale del territorio. Riconosco di non essere sufficientemen-te attrezzato per dare giudizi sicuri e non pretendo di dare una lettura esaustiva della nostra realtà, dei cambiamenti che sono avvenuti e del percorso che si è sviluppato. Mi pare, però, di poter dire che se la ca-morra continua ad esistere in gruppi organizzati che tendono ad impor-re la loro prepotenza sulla società civile, ancora più pericolosa, e molto diffusa, è una mentalità abituata a regolare ogni cosa con la logica del-la forza e dello sfruttamento. Sembra si sia concretizzato ciò che Don Peppe Diana e gli altri sacerdoti di Casal di Principe temevano quando scrissero: “la camorra… tenta di diventare componente endemica nel-la società campana”.

Viviamo però un momento molto delicato e complesso, dove i messaggi che arrivano, spesso innescano la diffidenza verso l’altro, il diverso, per il colore della pelle, per il paese d’origine. Insomma guardiamo con preoccupazione e distanza ciò che accade sull’altra sponda del Mediterraneo.

“Abbiamo bisogno di profezia, anzi, di profeti che si mettano in cammi-no davanti al nostro popolo e con il nostro popolo. La profezia, infatti, è sempre un guardare e riconoscere i tanti segni di speranza, un orien-tare con fiducia ogni pensiero e ogni sentimento alla perenne novità del bene. La profezia non si ferma ad elaborare posizioni che, per essere minuziosamente distinte, finiscono per estenuare inutilmente ogni pos-sibile slancio. Occorre comprendere ciò che accade, non avere paura, dare accoglienza e capire i drammi dell’uomo. Certo i messaggi che arrivano, non sono positivi ed innescano quel senso di paura che poi crea distanze e muri; diffidenza e paura”.

Possiamo allora gridare tutti insieme “aprite i porti?”

“Certo, aprite i porti” afferma don Angelo. Insieme a lui, per ben due volte, tutti i coro, gli oltre 500 presenti, soprattutto giovanissimi, gridano “aprite i porti, aprite i porti”.