Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Chet Baker: There Will Never Be Another You

Eduardo Sineterra

“Almost blue / Almost doing things we used to do / There’s a girl here and she’s almost you / Almost / All the things that you promised with your eyes / I see in hers too / Now your eyes are red from crying / Almost blue / Flirting with this disaster became me / It named me as the fool who only aimed to be / Almost blue / Almost touching / It will almost do / There’s a part of me that’s always true / Always / All the things that you promised with your eyes/ I see in hers too / Now your eyes are red from crying / Almost me / Almost you / Almost blue”
“Quasi triste / Quasi facendo cose che usavamo fare / C’è una ragazza qui ed è quasi te / Quasi / Tutte le cose che mi avevi promesso con i tuoi occhi/ Ora le vedo nei suoi / Mentre i tuoi occhi sono rossi dal pianto / Quasi triste / Flirtando con questo disastro che sono diventato io / Mi ha chiamato come il folle che ambiva ad essere/ Quasi triste / Quasi toccando / Quasi lo farà / C’è una parte di me che è sempre sincera / Sempre / Tutte le cose che mi avevi promesso con i tuoi occhi / Ora le vedo anche nei suoi / Quasi io / Quasi tu / Quasi triste” (Almost Blue, Chet Baker, 1987; brano di Elvis Costello, 1982).

Il James Dean del jazz, trombettista e cantante dallo stile lirico e romantico, tra i senatori del cool jazz, inventore dello swing nell’Ovest d’America, ma anche figlio tormentato, giramondo, attore, tossicodipendente, donnaiolo (ebbe tre mogli e quattro figli), amante delle belle auto; durante il secondo conflitto mondiale fu congedato perché considerato inabile alla vita dell’esercito. Tutto questo era Chesney Henry “Chet” Baker Junior, nato a Yale in Oklahoma il 23 Dicembre 1929. Autore unico e inconfondibile tanto nella timbrica vocale quanto nel linguaggio strumentale, incise più di novecento brani. Di lui Ruth Young, cantante ed amante, dirà: “[…] era come vivere con Picasso; se ami l’arte, ami tutto il resto!”.
Iniziato alla musica dal padre chitarrista, Chesney Henry Baker Senior, a undici anni ottenne la sua prima tromba, acquistata, dallo stesso padre, al banco dei pegni; del rapporto aspro tra i due, Vera Baker, madre del giovane talento, ne serberà sempre un doloroso ricordo.
Affascinato e rapito in adolescenza dalle armonie di Dizzy Gillespie e di Miles Davis, nell’arco di pochi anni quel giovane trombettista “bianco” dell’Ovest avrebbe eguagliato e superato il confronto proprio con quei due jazzisti-idoli del suo tempo: “[…] trova qualcosa che ti piace davvero e poi impara a farla meglio di chiunque altro, così non avrai mai problemi” preciserà Chet qualche anno dopo.
Il primo ingaggio, seguito da un tour statunitense, Chet lo ottenne a Los Angeles appena ventenne grazie al sassofonista Charles “Charlie” Parker, altrimenti conosciuto come Bird (Uccello trad.), che in seguito lo introdurrà a Birdland (Paese degli uccelli trad.): rinomato jazz club newyorkese, sito in Manhattan, meta ambita dai più talentuosi ed affermati jazzisti dell’epoca; proprio in questo club avverrà uno storico primo incontro tra Chet, Dizzy e Miles.
Terminata la sua esperienza musicale sulla West Coast insieme a Bird, il giovane artista dell’Oklahoma fu presto assoldato nell’atipico quartetto del sassofonista Gerry Mulligan composto da: sax, tromba, basso, batteria e in assenza di pianoforte. Grazie agli armonici fraseggi contrappuntistici mai sperimentati ed alla palese e crescente intesa tra questi due fuoriclasse (Mulligan e Baker), il quartetto ottenne un appetibile contratto con una delle migliori etichette discografiche dell’epoca: la Pacific Jazz Records. Proprio durante questi anni Baker interpreterà, inciderà ed eseguirà una tra le sue più note composizioni, My Funny Valentine (Richard Rodgers e Lorenz Hart, 1937): traccia semi-sconosciuta sino ad allora, adombrata da altri standard del genere, con Chet, in seguito, emblema e simbolo del cool jazz.
Purtroppo gli incalzanti problemi di tossicodipendenza di Mulligan spinsero il quartetto ad un inevitabile scioglimento e Chet mosse verso una nuova formazione concertistica, grazie alla quale, esaltando le proprie doti canore sino ad allora tenute nascoste, esprimerà tutto l’intimo della sua arte; le seguitissime riviste jazz DownBeat e Metronome, a ridosso della metà degli anni Cinquanta, proclamarono così Chet Baker come miglior trombettista d’America e miglior cantante, al pari di Nat King Cole. Ma ben presto, i problemi di dipendenza dalle droghe, che tanto tormentavano quelle brillanti menti genitrici di musica, travolsero anche Chet, proprio mentre la sua carriera volgeva al culmine.
La serie di funesti eventi che si avvicendarono potrebbero essere schematicamente qui sintetizzati come solo la buona società civile, quella avvezza al pettegolezzo, giudicante in un nuovo puritanesimo (si vedano la spirale di catastrofiche conseguenze scaturite dal caso Weinstein) ed adulatrice dei fallimenti, lascerebbe intendere; ma per il rispetto dell’immenso apparato musicale e di idee che questo genio lasciò all’umanità non verranno qui mostrate le sue fragilità, gli affanni fisici e mentali, il dolore, il tedio o la noia, qui saranno celebrate le lenti e pazienti conquiste, i successi, l’amore per la musica dell’Uomo-Baker: “[…] personaggio triste e drammatico che attraverso la sua arte scacciò paure e dispiaceri” (Piero Umiliani cit.); prima della fine, prima che cali il sipario e che le luci si spengano.

Chesney Henry Baker Jr. affrontò con forza tutti i suoi demoni.
Dopo l’estrazione dei denti anteriori, ricominciò a suonare con una nuova dentatura, organizzando daccapo quell’impostazione allo strumento che aveva coltivato per più di venticinque anni (lavoro che solo i trombettisti ne riconoscono la quasi certa irrealizzabilità). Nel mentre, si dedicò ai lavori più disparati: lavorò come benzinaio per pochi dollari al giorno e turni massacranti di sedici ore. La sua unica e forse ultima occasione di ribalta la ottenne tre anni dopo all’Half Note, al 289 di Hudson Street, noto jazz club di New York, rilegittimando così il suo successo.
Mutato in tutto, l’uomo e la sua musica però dovettero cedere il passo alle nuove distorsioni ed alle eccedenti personalità del rock degli anni Settanta.
Chet lasciò così gli Stati Uniti, si diresse in Europa e per un breve periodo approdò in Italia dove ebbe modo di sperimentare nuove forme musicali: dapprima collaborò con il noto flautista Nicola Stilo, in seguito, a Roma, partecipò alla realizzazione di diverse colonne sonore cinematografiche (L’audace colpo dei soliti ignoti, 1959, regia di Nanni Loy; Smog, 1962, regia di Franco Rossi) insieme all’acclamato compositore Piero Umiliani; sono note durante questi anni le apparizioni del trombettista sia come attore che come artista di strada.
Tra le memorabili performance: il 24 Novembre 1974 insieme a Gerry Mulligan alla Carnegie Hall di Londra da cui fu tratto l’omonimo live album del 1975 e, nel 1987, al Festival del Cinema di Cannes, dove si esibì per il “peggior pubblico per cui si possa mai suonare” (Chet Baker cit.).
Il 28 aprile del 1988 Chet Baker tenne il suo ultimo memorabile concerto ad Hannover, in Germania. Il 13 maggio 1988, verso le tre del mattino, il corpo del noto trombettista venne ritrovato accasciato sul marciapiede dell’Hotel Hendrix di Amsterdam. La polizia, che non aveva ancora identificato il cadavere, dichiarò di aver rinvenuto un uomo di trent’anni insieme ad una tromba. Dall’autopsia furono riscontrate tracce di eroina nel sangue, ma le cause del decesso del cinquantottenne non furono mai chiarite del tutto.
Quella sera, a Parigi, in tutti i jazz club non si suonò.

” […] il fumo forma una scala dalla quale puoi solo scendere, vieni tra le mie braccia, che questa gioia non finisca mai, sveglio o addormentato conserverò ogni ricordo, quando sono preso in questo sogno di te. Poi dal soffitto una musica scende furtiva in un ritornello d’amanti, sei cosa bella e io ti ripeto il mio amore per te, la sigaretta mi brucia, mi sveglio, la mano non è ferita ma il mio cuore soffre; ma noi ci ameremo ancora come facevamo una volta quando sono immerso in questo sogno di te” Chet Baker dal docufilm Let’s get lost di Bruce Weber, 1988

La vita di questa indiscussa star ed icona jazz fu costellata da una passione così intensa che solo quelle silenti, soffiate e sofferte note mai taciute sanno evocare. Scalata, vetta, fondo, ripresa, forza, debolezza, musica, oblio, calma, conflitto. Un siffatto pathos, unito ad una forza latente, è caratteristica di pochi, forse veri uomini, la cui sensibilità dall’umanità è masticata e con voracità rigettata nella dimenticanza. Luci ed ombre! La natura è d’immani artisti. L’involuzione all’umanità che resta.
Ma quell’uomo, che ancora media il mondo in sole materia ed immagini, merita realmente tutto questo? Continuerà a farsi soggiogare dalle parassitarie forme di meschini dietrismi che ingabbiano la mente?
Nessuno, da ciò, ne è dispensato.

“[…] negli ultimi 57 anni è come se avessi vissuto parecchie vite e ho ancora tante cose da fare: voglio comprarmi una casa avere un pianoforte che non ho mai posseduto e comporre musica” Chet Baker.