Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Che pecundria

di Carla Russo

E’ dura avere gli affetti lontani, è ancora più dura quando sei impotente, inerme aspetti l’epilogo. Una delle cose che però possiamo fare dentro le mura di casa è tenerci in contatto con i nostri affetti, Dio benedica il XXI secolo. Ieri sera, come ogni altra sera, ho chiamato mia nonna. Io e lei abbiamo un rapporto speciale, oserei dire senza filtri, questo mi rende così morbosamente legata a lei perchè riesce a raccontarmi senza timore le sue paturnie. Dopo il classico hai mangiato e il solito che tiembo face loco abbiamo iniziato a parlare del tema del momento: la pandemia. Mia nonna esordisce con una sola parola: pecundria. Ma che cos’è la pecundria? Difficile rispondere in poche righe. La pecundria è uno stato d’animo simile all’ansia o anche una tristezza dolorosa, è come una sorta di malinconia ma più contorta, più profonda, non ha confini ben delineati, prende tutto e ti svuota per intero. Pecundria può anche essere insoddisfazione, non sapere cosa fare, inettitudine. Per intenderci in termini letterari la nostra pecundria è la Saudade portoghese o la Sehnsucht tedesca, nessuno riesce a dare un quadro definitivo per questo sentimento ma esiste e spinge forte. Ecco il nostro stato d’animo attuale, siamo tutti in pecundria. Siamo in pecundria per i nostri genitori, i nostri nonni, probabilmente affetti da altre patologie. Siamo in pecundria per i nostri fratelli medici, infermieri, carabinieri, cassieri, costretti a lavorare. Siamo in pecundria per i nostri amici, chissà quanti si sono laureati senza nessuno, chissà quanti hanno festeggiato il proprio compleanno da soli, chissà quanti vivono in un monolocale e non hanno nessuno in carne e ossa con cui parlare. Siamo in pecundria per chi ora è in un’altra nazione, chi è partito per un’esperienza lavorativa e ha trovato un mostro, chi voleva un Erasmus tra fiumi di follia e invece è rimasto a bocca asciutta. Siamo in pecundria per chi non ha un tetto, per chi non può mangiare, per chi ha un mostro dentro casa e non può scappare. Siamo in pecundria per noi stessi perché le domande che affollano la nostra mente sono sempre tante. Mi chiedo quando potrò bere una birra con i miei amici, quando potrò camminare fuori, quando potrò andare in Irlanda senza aver paura di morire, quando potrò ritornare a casa mia. Soffriamo chiusi e limitati in casa perché ci sentiamo in gabbia ma non dobbiamo, non è una gabbia se ha il wi-fi e acqua corrente. Il nostro unico dovere è essere utili. Siamo utili se restiamo in casa, siamo utili se non ci lamentiamo, siamo utili se non creiamo allarmismi con notizie fake, siamo utili se parliamo solo di quello che sappiamo, siamo utili se non pubblichiamo post complottisti, siamo utili se non appendiamo alla forca i cinesi, siamo utili se non odiamo il prossimo, siamo utili se rispettiamo il prossimo, siamo utili se restiamo umani. Ieri un altro evento epocale ci ha coinvolti, l’omelia in solitaria di Papa Francesco. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli. Qualsiasi sia il tuo Dio, qualsiasi sia la tua fede, queste parole toccano tutti indistintamente, nel silenzio assordante del sagrato di San Pietro la parola fratellanza ha un eco potente. Dunque pregate il vostro Dio ai piedi del letto, siate devoti alla scienza, abbiate speranza, non dimenticate chi ha subito il flagello di questa malattia, siate fedeli alla vita, alimentate i vostri sogni, non spegnete mai luce, sentitevi vicini, sentitevi fratelli. Alla fine la telefonata con mia nonna ieri si è conclusa così: Uscirà il sole dopo tanta notte. E’ la notte più lunga dei tempi ma se restiamo umani questa notte finirà. Chiamate i vostri affetti e dite loro che il sole sta arrivando, che nessuno molli prima dell’alba, la pecundria diventerà presto allegria.