Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

C’è chi fa e c’è chi parla.

di Lorenzo Peluso.

Mi sono piaciute molto le parole di Gino Strada, qualche giorno fa, in tema di chi fa e di chi non fa. “In questo momento c’è chi fa e c’è chi parla. Chi fa cerca di aiutare, chi parla molto spesso parla a sproposito. (…)”. Lo ha fatto il fondatore di Emergency. Ma il messaggio è chiaro, vale per tutti. Lo dimostra ad esempio, la foto di un soldato che porta sulle spalle un asino. Perché un soldato porta sulle spalle un asino? Certo, ognuno può interpretare a modo suo l’immagine. Lo si può fare se non si conosce il contesto della foto. Un campo minato. Dunque il soldato, che probabilmente pure ama gli asini, e gli animali, porta in spalle l’asino perché se andasse in giro, allora salterebbero tutti in aria. Dunque è questo che ha spinto il soldato a caricarsi del peso dell’asino in spalla. E’ la responsabilità dell’agire, secondo propria convinzione, ma per il bene collettivo. Chi deve decidere, per gli altri prima che per se stesso, ha un fardello enorme da portare in spalla. Lo deve fare per dovere e nel farlo deve perennemente interrogarsi su cosa è meglio fare. Lo deve fare in questo momento il Governo che deve decidere per il bene di un Paese. Lo fanno i medici in corsia quando devo decidere, per forza di cose, quali sono le priorità, forse anche chi va aiutato prima. Non c’è spazio, badate bene, per i tentennamenti, per i dubbi, per lo sconforto che pure sarebbe naturale, nel decidere dinanzi alla vita di un uomo. Lo fanno i soldati, in trincea, quando devono premere il grilletto del loro fucile, senza tentennamenti, perché è la causa che rende chiara la responsabilità dell’agire. Dovrebbe farlo ognuno di noi, nel suo agire quotidiano. “C’è chi fa e c’è chi parla” afferma Strada. ed è così. C’è chi critica quello che gli altri fanno, nel mentre che lo fanno, ma gli stessi non stanno facendo, anzi stanno solo osservando il fare altrui. C’è chi fa. Chi esce la mattina di casa, per mettere al servizio degli altri, del bene collettivo, la propria esperienza, il proprio agire, il proprio tempo. Lo fanno i volontari della Protezione Civile, ad esempio. C’è chi parla. Lo fanno coloro che non gli sta bene mai nulla, che guardano all’asino in spalla del soldato, e non al campo minato dove il soldato si sta muovendo, con attenzione e coraggio. C’è chi fa, come il dottor Paolo Ascierto, medico-oncologo del Pascale, che ha dato speranza ai malati di Covid 19 con un farmaco usato per altro, il Tolicizumab. C’è chi parla. Lo fanno i cattedratici degli ospedali del nord, che non riconoscono la paternità ad Ascierto di questo tentativo e dei relativi risultati. Agisce chi dona, chi interpreta il proprio vivere nel bello del donare quale manifestazione di rispetto, gratitudine e stima nei confronti del prossimo. C’è chi aspetta e parla. Occorre ricordare che anche l’atto di donare però, non è una cosa semplice. Senza reciprocità, donare è un’arte difficile perché significa «donare se stessi». Non è semplicemente dare, perché dare significa consegnare ad altri senza aspettarsi nulla in cambio. Mentre donare è ricevere la condivisione dell’altro. La soddisfazione che gli occhi dell’altro posso donare. La consapevolezza che quel donare è moltiplicatore dell’agire. Il dono e la reciprocità è un meccanismo complesso che genera generosità; insomma è un agire che si impara,  non si diventa generosi da soli. La differenza tra il dare è il donare è che donare genera una catena di reciprocità. “Se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle” ripeteva Madre Teresa di Calcutta. Se non le ami, dunque, non puoi donare. Se le giudichi dunque puoi solo dare. Per donare quindi è necessario credere nell’altro. “L’ostacolo più grande? La paura. La cosa più facile? Sbagliarsi. L’errore più grande Rinunciare. La radice di tutti i mali? L’egoismo” affermava ancora Madre Teresa di Calcutta. Ecco, io amo quel soldato che porta in spalla un asino, in un campo minato.