Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Ben Webster – Il respiro del Soul

Eduardo Sineterra

“Webster stava suonando un bell’assolo. Ma Art (Tatum) non era un accompagnatore, era un solista e stava suonando troppo sull’assolo di Ben; tanto che questi fermò la registrazione e disse: ‘Questo è il mio assolo, Art, non il tuo. Apprezzerei molto se tu facessi solamente l’accompagnamento e non suonassi sopra il mio assolo’. Tutti risero, perché nessuno si sarebbe mai azzardato a dire una cosa del genere ad Art Tatum” Harry ‘Sweets’ Edison

Benjamin “Ben” Webster nasce a Kansas City, cittadina statunitense, nello stato federale del Missouri, il 27 Marzo 1909. Sin dai primi anni, fino all’età della maturità, studierà il violino e il pianoforte, imparando i rudimenti musicali. Nel 1930 il sassofonista Bud Johnson lo avvia all’esercizio del sax tenore: l’indispensabile strumento che lo accompagnerà per tutta la vita. Si unisce alla Young Family Band, in cui milita uno dei suoi idoli, un giovanissimo Lester Young, e per tutta la prima metà degli anni trenta frequenterà le maggiori jazz band del suo tempo (Gene McCoy, Andy Kirk, Bennie Carter, Benie Moten) prima di legarsi stabilmente all’ensemble del compositore e pianista Duke Ellington. Lo stile di Webster in questi primi anni stenta ad esprimere al meglio il proprio linguaggio ed è palese l’ascendente che un altro musicista e forse il suo maggior ispiratore, Coleman Hawkins, impone in queste sue embrionali incisioni; ma il carattere ed il talento al giovane sassofonista del Missouri non mancano e ben presto la timidezza delle prime composizioni verrà soppiantata dalla virtuosa e sicura prontezza espressiva del peculiare lessico musicale. Webster ora è un musicista completo che sa suonare sia su tempi impossibili, come dimostra in Cotton Tail, traccia incisa insieme al duca Ellington, sia su tempi lenti, come in Chelsea Bridge, ancora insieme al duca, in cui Ben esibisce tutto il suo talento: suoni caldi e soffiati, ricchi di un sensuale vibrato. Alla dolcezza del suo sound però è contrapposta l’ira dei suoi improvvisi balzi d’umore che gli valgono il soprannome di “the Brute” (il Bruto, trad.). Lascia l’ensemble di Ellington, in cui ritornerà solo in un secondo momento, e dopo aver tentato di formare una propria band, in seguito al fallimento di questi, in un mercato prospero, passerà di orchestra in orchestra, alla ricerca di vantaggiosi ingaggi. Dalla seconda guerra mondiale in poi, con l’avvento delle dissonanze del be bop e del cool jazz, i nuovi generi in voga tra i giovani e con la crisi delle grandi orchestre, il sound di Webster diviene vecchio e fuori moda. Questi è pertanto costretto a rivedere tutto il suo apparato musicale e a reinventare il suo linguaggio e, dopo una felice, seppur breve, esperienza artistico-musicale con la Verve Records e la Reprise (etichette discografiche con cui registra sia Soulville, uno tra i suoi album più intensi, sia The Warm Moods) e la fortunata collaborazione con Billie Holiday, nel 1964 vola in Europa, come molti suoi colleghi prima di lui e si stabilisce dapprima a Londra, dove risiederà per un anno, poi ad Amsterdam, per altri quattro anni ed infine, dal 1969, a Copenaghen. Durante questo periodo, firmata la florida serie di spettacoli itineranti, le note del geniale sassofonista risuoneranno lungo larga parte del Vecchio Continente ed il pubblico di tutta Europa, estasiato da quel linguaggio  soffiato e sofferto, ne riconoscerà la sua vera grandezza; eppure l’alcool, spettro che lo accompagna da ormai tempi immemori, ha quasi preso il sopravvento sulla sua salute, costringendolo a claudicare col bastone e a rimandare diversi concerti. Nel 1970 egli però ha ancora la forza di partecipare alla reunion dell’ensemble di Ellington (due concerti al club Tivoli Garden di Copenaghen) e di comparire persino nel film underground Quiet Days In Clichy (Giorni Felici a Clichy trad.) del regista pittore e musicista danese Jens Jørgen Thorsen che lo immortala in un club mentre suona il suo sax. Tuttavia, le condizioni del sassofonista sono sempre più precarie e, colpito da una fulminante emorragia cerebrale durante un concerto al Twee Spieghels di Leiden (Olanda), sopraggiunge alla morte avvenuta ad Amsterdam il 20 Settembre 1973.

Soulville parte da un blues lento, notturno, dalle atmosfere noir. Webster compone il suo assolo sugli impeccabili abbellimenti del pianista Oscar Peterson che ne esalta la trama. In seguito il sassofonista ingaggia un autentico duello con se stesso, variando in effetti e figure armoniche; poi l’intensità emotiva giunge al culmine, esaltata dal puro romanticismo melodico di note soffiate e glissate. L’album è lento e sognante seppure ironico ed incalzante, lirico e riflessivo. Ed è in questi che la musica di Ben Webster vibra tuttora nei profondi abissi, più intimi e sofferenti, melanconici dell’animo umano.