Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Azzurra Caccetta è l’intensa interprete di “The Last Refugee” di Roger Waters

di Carlo Maucioni.

azzurra caccetta

“E’ davvero questa la vita che vogliamo?” è l’impegnativa domanda che pone Roger Waters con il suo nuovo disco. 44 anni dopo “The Dark Side of the Moon”, 25 anni dopo “Amused to Death” e, in mezzo, altre opere immense come “Wish You Were Here”, “Animals”, “The Wall” e “The Final Cut”, il grande artista inglese – uno degli ultimi intellettuali della cultura rock – ancora ci fa riflettere sui mali della società contemporanea. Nel concept dell’album, l’Autore sciorina la sua visione del mondo con “cuore sanguinante” (“bleeding hearts”, dalla title-track “Is This The Life We Really Want?”) e con la consapevolezza che il cuore di Alice spezzato dall’amore (“You’re breaking my heart”, da “The Most Beautiful Girl”) viene spento “come un bulldozer che schiaccia una perla” (“snuffed out / Like a bulldozer crushing a pearl”, dallo stesso brano). Temi forti, tuttavia trattati da Waters con poesia nelle liriche, nelle musiche e nelle immagini. “The Last Refugee” è, in tal senso, esemplare: l’attualissimo tema dei migranti è trattato con accorato lirismo nei versi, nella musica che è come sospesa e nell’appassionata interpretazione della protagonista dell’omonimo cortometraggio realizzato da Sean Evans e Roger Waters. La straordinaria performance attoriale e coreutica dell’ “ultima rifugiata” è di Azzurra Caccetta, attrice e ballerina italiana che dal 2011 vive e lavora a Londra. Proveniente dal Salento, si è formata a Roma, dove ha vissuto sette anni durante i quali ha studiato recitazione presso la scuola di teatro ‘La Stazione’, musical theater presso il LIM e danza con i maestri Erika Silgoner, Mauro Astolfi ed Enzo Celli. Grazie a queste solide basi acquisite nella Città Eterna, nella capitale britannica Azzurra Caccetta ha espresso il suo talento sia nella recitazione (dunque nella cinematografia) sia nella danza (in svariati spettacoli teatrali). Oppure mettendo insieme le due cose, come in “The Last Refugee”: qui dà volto e movenze a un dramma, quello dei migranti, e, in particolare, all’ultima rifugiata, che li rappresenta tutti, onusta delle speranze, delle tragedie, delle illusioni e delle disillusioni di tutti. Come di Alan Kurdi, il piccolo siriano spiaggiato cadavere su una spiaggia curda nel 2015. L’interpretazione attoriale e coreutica di Azzurra Caccetta ha tutto questo gravame ma è reso con delicatezza, con profondità emotiva, con poetica partecipazione, con intensità espressiva che raggiunge l’acme nella scena in cui la protagonista si avvicina alla battigia sulla spiaggia di Camber: gli occhi in primo piano – meravigliosi occhi di mediterranea bellezza – esprimono uno sguardo che sa di speranza, tragedia, illusione e disillusione. E di fierezza. Azzurra Caccetta ci ha concesso un’intervista. Hai partecipato ad un casting per il corto di “The Last Refugee”? Sì, ho partecipato ad un casting e sono stata richiamata il giorno dopo per un call back!

Hai avuto contatti diretti con Roger Waters? No, non ho avuto contatti diretti con Roger Waters. Ma naturalmente ho fatto sì che gli giungesse voce di quanto lavorare per lui fosse stata per me un’esperienza beyond reality… Sul set c’era il formidabile regista Sean Evans!

Le coreografie del corto sono tue, immagino. Hai avuto piena libertà nel montaggio della coreografia? Sì! Nella creazione delle coreografie mi è stata concessa totale libertà. Durante il provino mi è stato chiesto di improvvisare, per cui suppongo che il mio stile debba essere piaciuto…

Nella tua interpretazione, sia coreografica sia attoriale, c’è una profonda intensità che ti è stata indotta dall’argomento della canzone, vero? Il flamenco risale ai tempi dell’Inquisizione spagnola. Nasce dalla fusione della tradizione musicale nomade con quella degli Ebrei e degli Arabi stanziatisi in Spagna. Era lo strumento attraverso cui essi denunciavano la propria condizione di oppressione ai loro oppressori. Una musica ed una danza, dunque, espressione di malinconia, furore, passione. Ingredienti che  hanno caratterizzato da sempre il mio stile ed il mio modo di essere. Tutto ciò per dire che il personaggio che interpreto nel corto mi appartiene. Da questo punto di vista è meravigliosa la scena  in cui è inquadrato il tuo viso mentre avanzi sulla spiaggia: il tuo sguardo, la tua mimica facciale esprimono una commozione contagiosa, insieme con la musica e le parole. Dunque l’argomento mi tocca profondamente! Anche se dinanzi a me c’erano il cameraman  ed il mitico Sean Evans, guardare da lontano Anais, la dolcissima bambina anche lei protagonista del video, pensando che potesse essere la mia bambina annegata in mare e immaginare di poterla rivedere giocare sulla spiaggia felice, mi rendeva emotivamente molto vulnerabile… Tutti i bimbi, dovrebbero poter scavare nella sabbia felicemente…

Che cosa rappresenta la ballerina di flamenco la cui immagine si alterna alla rifugiata? Forse l’anelito a quella vita migliore che ciascun migrante o rifugiato insegue? La ballerina di flamenco e la rifugiata sono la stessa persona. Lo vorrei precisare perché più di qualcuno ha creduto che non lo fossero. Dunque nel corto si narra la storia di una rifugiata che ha perso tutto (compresa sua figlia). Nella disperazione e nella solitudine riaffiorano i suoi ricordi di un passato in cui si esibiva come ballerina. Molti dei rifugiati sono persone che un attimo prima di perdere tutto conducevano come noi vite “normali…”

Quando sono state fatte le riprese e in quali location a Londra? Le riprese degli esterni sono state fatte lo scorso aprile sulla spiaggia di Camber Sands, mentre quelle degli interni in un antico edificio nella periferia di Londra.

Hai ascoltato il disco di Roger Waters e che cosa ne pensi? Sì certo! Musicalmente lo trovo viscerale, struggente e perdutamente romantico. “Wait For Her” è un sublime inno all’Amore, un monito a cercarlo, a donarlo, a nutrirlo e a custodirlo come il più prezioso dei tesori e la più lucente delle epifanie, in quanto unica arma in grado di estirpare il male. “The Last Refugee” è un richiamo nei confronti dell’umanità a non essere indifferenti nei riguardi dell’altrui sofferenza. “Déjà Vu” ci rimanda agli orrori della guerra… Secondo me, Roger ci sta dicendo che è tempo di boicottare tutte le forme di conflitto e tutti coloro che ne sono i fautori, e di convertirsi all’amore e alla bellezza iniziando con il soffermarsi a sentire il profumo delle rose (“Smell the Roses”)…

Dal 26 maggio scorso la tua immagine sta girando e girerà fino a tutto ottobre negli Stati Uniti nell’ambito dell’Us and Them tour, perché un fermo-immagine apre il concerto e il corto di “The Last Refugee” viene proiettato durante l’esecuzione del brano. Un grande onore, vero? è stato per me un grandissimo onore essere stata al servizio di Roger Waters, non soltanto per ciò che lui rappresenta nel panorama mondiale della musica, ma soprattutto perché credo profondamente nella sua visione di un mondo in cui non ci saranno più rifugiati. Un mondo in cui ognuno di noi avrà contribuito a fare del suo meglio affinché il dolore e il caos possano smettere di affliggerci. Perché la sofferenza degli altri è anche la nostra. Con la tua partecipazione al corto di “The Last Refugee” e la vicenda sollevata dall’artista Emilio Isgrò riguardo al concept grafico del disco, c’è molta Italia correlata al nuovo album di Roger Waters. Riguardo alla vicenda di Emilio Isgrò… L’Arte è patrimonio dell’umanità. Da secoli  artisti come poeti,  pensatori, pittori,  scultori,  scrittori,  musicisti ecc… prendono ispirazione da chi li ha preceduti o anche dai loro stessi contemporanei per sviluppare le proprie creazioni… In questo caso specifico sono particolarmente grata a Vittorio Sgarbi per essere intervenuto ed aver fornito una spiegazione tecnica sul perché non si potesse parlare di plagio. Comunque, venire a conoscenza del fatto che in Italia fosse stato impedito all’album di circolare mi ha provocato amarezza.

Nel tuo profilo Vimeo, hai scritto di te stessa che nel 2011 ti sei trasferita a Londra, «alla ricerca di una modalità diversa dell’esistenza, più profondamente eccitante e alla ricerca del mio vero ‘io’»: vuoi approfondire questo concetto? L’espressione “sperimentare una diversa forma dell’esistenza” risuona nella mia testa dai tempi del liceo. Ricordo persino il momento esatto in cui il mio professore di letteratura Italiana l’ha citata per la prima volta a proposito de “Il fu Mattia Pascal di Pirandello” . è stato come se quell’idea,  impossessandosi della mia psiche, fosse diventata da quel momento in poi parte di me. Ho desiderato  ardentemente di capire cosa volesse dire sperimentare un’altra forma dell’esistenza sulla mia pelle, per cui ho iniziato un cammino che oggi mi ha condotto qui dove sono. Londra è una città dove ci si perde per poi ritrovarsi. Io avevo tanto bisogno di scrollarmi di dosso abitudini, modi di pensare e di reagire che  avevo inconsapevolmente acquisito nel corso della mia vita, ma che sentivo non mi appartenessero, per poter far emergere la parte più autentica di me. Ci sto ancora lavorando…

Hai definito l’Arte una «holy revolution»: che cosa significa questa definizione? Considero l’arte pura espressione del Divino. Sin da bambina la danza è stata la mia forma di preghiera prediletta. Era come se mi permettesse di entrare in contatto con altre dimensioni e soprattutto mi dava la possibilità di poter nutrire il mio spirito. In quanto manifestazione divina ha il potere (spesso anche molto di più di quanto non ce l’abbiano le religioni) di incidere sulle nostre coscienze scuotendole profondamente e dunque di  rivoluzionare le nostre vite. Che cosa preferisci tra danza e recitazione e quali sono i tuoi modelli? Ho sempre vissuto la danza come un mezzo attraverso cui esprimere i miei sentimenti e le mie più profonde pulsioni, per cui in un certo senso danzare per me è sempre stato un po’ come recitare… Ho iniziato a danzare a 3 anni e mezzo e  continuo ancora a  farlo soprattutto per lavoro, ma devo ammettere che oggi recitare mi intriga e mi eccita molto di più. Pensi di ritornare in Italia? Ritorno in Italia ogni estate per godere dei profumi ancora ancestrali e incontaminati della terra che mi ha donato la vita: il Salento con il suo mare, le cui confortevoli acque riescono a placare la mia rovente anima.

Attraverso le sue stesse parole, abbiamo conosciuto meglio la persona che pervade l’artista Azzurra Caccetta: adesso, rivedendo il corto di “The Last Refugee”, sappiamo che la densità dell’espressione di quei meravigliosi occhi di mediterranea bellezza scaturisce non solo dall’oggetto dell’interpretazione ma anche dalla rovente anima dell’interprete, magnifico biglietto da visita Oltremanica del talento italico.