Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Avrei desiderato conoscerlo Sofocle.

di Lorenzo Peluso.

Avrei desiderato conoscerlo Sofocle. Uno dei maggiori poeti tragici dell’antica Grecia, forse il più grande, era figlio di Sofilo del demo di Colono. Insieme ad Eschilo ed Euripide è considerato il più grande drammaturgo greco antico. Lui sosteneva che “di molto, il primo elemento della felicità è l’essere saggio”. Insomma,. la saggezza, è la chiave di lettura del percorso quotidiano che l’uomo compie avvicinandosi alla meta desiderata della felicità. Questa sua convinzione era arricchita da un atro paradigma dell’agire umano: la generosità. Ebbe a scrivere, a tal riguardo, che la generosità è certo “l’opera umana più bella per essere utile al prossimo“. Dunque, saggezza e generosità. Due capisaldi del vivere per essere felici. Si badi bene, Sofocle non parla mai di beni materiali, di onori in battaglia, di ori e allori, per avvertire quel senso di felicità che l’uomo ricerca quotidianamente quasi come una sorta di pena da espiare, al solo fatto di essere venuto al mondo. Vivere per essere generosi, perché la generosità, secondo la visione di Sofocle, nasce dall’amore verso gli altri ai quali si vuole alleviare le sofferenze. Si può quindi decidere di essere generosi, di donarsi agli altri, di donare tempo, conoscenza, virtù. No, non è così. Anche in questo Sofocle è grande maestro. La generosità, per essere davvero tale, deve provenire da un moto spontaneo dell’animo, non può e non deve essere contaminata da alcuna forma di esibizionismo. Essere generosi, dunque significa semplicemente donarsi, senza misura alcuna. In questo anche Seneca ebbe a sostenere che “ciò che è dato con orgoglio ed ostentazione dipende più dall’ambizione che dalla generosità”. La linea dunque è sottile. Forse è qui, in questo specifico ambito, che ritorna con forza il concetto di saggezza. La saggezza è forse frutto dell’esperienza, del vissuto? Solo di questo? Si è saggi, lo si può essere, anche senza aver vissuto? A riguardo Sofocle sosteneva che: “qualsiasi mortale che sia infuriato per i propri torti e usi un farmaco peggiore del male è un medico che non comprende la malattia”. Dunque come possiamo essere saggi se non abbiamo vissuto? Possiamo mai curare il mal di vivere, senza aver vissuto? Possiamo essere generosi, senza aver mai ricevuto generosità? Anche qui è Sofocle a dare risposte: “la condizione ideale sarebbe, lo ammetto, che gli uomini avessero ragione per istinto; ma dato che siamo tutti soggetti a smarrirci, la cosa ragionevole da fare è imparare da quelli che possono insegnare”. Dunque la saggezza, nasce dall’imparare, ed imparare non può prescindere dall’apprendere da chi ha esperienza, dunque saggezza. I classici, è vero, offrono sempre lo spunto necessario a comprendere al meglio le dinamiche della vita. Pur vero è, come la letteratura mostra, in abbondanza per verità narrata, che è difficile vivere e districarsi tra i meandri degli interrogativi quotidiani del vivere. Sarà anche vero però, che la dimensione ideale del percorso che affrontiamo nella ricerca del solo ed unico obiettivo che perseguiamo, spesso inconsapevolmente, la felicità, dunque, passa attraverso il vivere. Non dobbiamo dimenticare però che: “gli uomini orgogliosi imparano in vecchiaia ad essere saggi”. Insomma allora, quale la risposta a tutte le domande della vita? Sofocle ha una risposta anche a questo quesito: “Una parola ci libera da tutto il peso e il dolore della vita: quella parola è amore.”