Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Auschwitz, o della aberrazione. Visita ai luoghi della folle degenerazione umana.

di Giancarlo Guercio.

Da quando siamo poco più che bambini, i libri di storia, le maestre, gli educatori ci raccontano e mostrano vicende accadute in alcuni momenti della storia e in alcuni luoghi del mondo. Tra essi, uno dei racconti più ricorrenti, riguarda il campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Storia troppo recente per essere accettata: parliamo infatti di soli 73 anni fa.

Se la Seconda guerra mondiale fosse accaduta in epoca greca, i risultati degli eventi bellici non ci avrebbero sconvolto così. Anzi, avremmo analizzato le gesta dell’uno o dell’altro condottiero traendone anche meriti esemplari.

Ma l’Olocausto e i campi di concentramento sono eventi coevi ai nostri padri e ai nostri nonni. Di fatto, sono l’humus in cui affondiamo le nostre attuali radici. Per questo motivo li rifiutiamo, ne proviamo aberrazione e non li accettiamo.

Nei giorni scorsi ho avuto occasione di portarmi in quei luoghi. Non c’ero mai stato e più volte mi ero ripromesso di andarci: non poteva mancarmi questa visita. Ne sentivo l’urgenza umana, mia personale ma anche in favore di un processo di conoscenza e di civiltà che va vissuto nei luoghi e nei contesti in cui certi episodi si sono verificati.

Ci sono andato e ne sono rimasto sconvolto.

Fino a qualche giorno fa avevo una conoscenza nozionistica dell’Olocausto. In passato, sul tema, ho letto molte pagine di libri e di riviste, ho visto molti film, ho assistito a rappresentazioni teatrali, concerti in memoria delle vittime. Curai anche la regia di uno spettacolo per le scuole sulla memorabile vicenda dell’imprenditore Schindler ma, nonostante la fervida fantasia e una certa sensibilità, non potevo immaginare tanto. Quella storia era fuori dalla mia capacità mentale ed esistenziale. Nei mesi scorsi, conversando con la Senatrice a vita Liliana Segre, mi ero anche arrischiato a chiederle di tornare insieme ad Auschwitz. Lei mi rispose in modo fermo che non era più andata in quei luoghi e che mai più vi sarebbe tornata. Andandoci, lo confesso, ho provato un profondo senso di mortificazione per aver fatto quel tipo di richiesta alla signora Segre perché ho capito. Ciò che mi è arrivato, e in modo sconquassante, con chiarezza, è soprattutto la sconfinatezza immane di quella tragedia.

Camminando per i viali dei lager, resi limacciosi da un gelido nevischio, mi sono immerso in quella dimensione surreale, incredibile, figlia non dell’estro ma della folle degenerazione e della cattiveria umana. I campi di concentramento non hanno senso, sono soltanto un grande paradosso, un equivoco inaccettabile della storia. Nessuna ideologia, neanche la più perversa, potrebbe sostenere una manifestazione di quel tipo. Non esiste fondamento in azioni che prevedono l’annientamento brutale e violento di uomini, donne, bambini, anziani, storpi, omosessuali, zingari, cospiratori o, per qualsiasi fattore, diversi da altri. Ma diversi da chi?

Non esiste partito o movimento che si dica civile e umano che possa basarsi sulla prevaricazione, sulla violenza, sull’uccisione. Per azioni simili, non esiste etica a sostenerle, non esiste dio ad approvarle, non esiste giustizia a motivarle, non c’è un solo plausibile senso in tutto ciò.

Dov’è qui la bellezza?, mi sono chiesto. E non l’ho trovata. Non risiedeva in nulla, nemmeno in quelle caratteristiche strutture edificate secondo una precisa ratio architettonica, messe su dagli stessi deportati costretti a lavorare per elevare i loro giacigli di sofferenza, di dolore, di sangue, di forni crematori, di sale-doccia. L’unica grande abilità di quei criminali fu quella di costruire una grande fabbrica di morte. Attraversando quei viali e quegli edifici sorge spontanea la più umile e infantile delle domande. Perché?

Perché tutto questo? Perché sterminare circa un milione e mezzo di persone? Perché tanta cattiveria, tanto cinismo, tanta brutalità? Purtroppo la risposta non arriva, non esiste. E per quanto i manuali di storia si sforzino di cercare spiegazioni, di giungere a conclusioni più o meno sostenibili, di porre le questioni dei territori, del potere militare, di quello economico, stando lì, vivendo quei luoghi e il tempo di quei luoghi, ogni risposta appare debole, inconcludente, monca, fuori traccia. Resta la domanda, irrisolta. Perché?

No, non c’è un motivo, non esiste. Si tratta di azioni figlie della sola follia umana che, e ciò è sconcertante, può fare branco e può arrivare a tanto.

L’unica cosa che si può fare è soltanto ravvivare la memoria. Purtroppo ciò è stato. E lì, tra quelle baracche, oggi sede di quello che è un vero museo dell’orrore, si può solo meditare, guardando i capelli, le valigie, le scarpe, gli oggetti per la toletta, le foto dei volti di individui che per un puro incidente anagrafico sono nati in quel disgraziato momento storico.

Solo stando lì ho capito la poesia di Primo Levi. La conoscevo a memoria, pensavo di averne colto il senso. Non era così. “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e i visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”.

Avevo sempre immaginato che la chiusa del testo di Levi fosse motivato da una forma più che comprensibile di rabbia e di odio nei confronti di chi aveva commesso quegli abomini. No. C’è di più.

Se individui non hanno gli strumenti e non sono in grado di cogliere l’aberrazione di certe manifestazioni allora è giusto che quella degradata umanità non abbia una dimora, sia impedita dalla malattia, perda finanche la stima dei figli al fine di non rappresentare una minaccia, di non commettere altre violenze, altre cattiverie, altra sofferenza. L’umanità, quella vera, non è dedita all’odio. Lo rifugge, lo scaccia in ogni modo, con la tenerezza, la ragionevolezza, la luce della sapienza, la forza dell’amore. Lì, ad Auschwitz, a Birkenau, l’umanità non esisteva più e se riteniamo di essere uomini e donne consapevoli non solo abbiamo il dovere di ricordare e di ravvivare la memoria, ma soprattutto dobbiamo faticare, soprattutto in un momento storico come quello che viviamo, di difendere i principi di umanità e di civiltà ancora compromessi da ingiustificate e, peggio ancora, più democratiche degenerazioni.

L’altro non è mai una minaccia. L’altro, come sosteneva Ricoeur, è me nell’altro. Affisso all’ingresso del Capannone 14 di Auschwitz c’è un cartello con una frase del filosofo Santayana. Cita: “Those who do not remember the past are condemned to repeat it”: Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.

In memoria di tutte le vittime della follia e della prevaricazione umana.