Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Antonioni e l’incomunicabilità (Parte 2)

Eduardo Sineterra

– La notte –
” […] è la storia di una festa; una festa che incomincia in una casa borghese, quasi quasi per caso, alla quale partecipano molte persone ma, soprattutto, due coniugi [Giovanni Pontano (Marcello Mastroianni) e Lidia Pontano (Jeanne Moreau)] che sono un po’ il perno della storia stessa. Durante questa festa le cose, in un certo senso, degenerano. Viceversa, con il sorgere dell’alba, tutto si placa. In questi due coniugi, che sono i protagonisti del film, qualche cosa invece è successo. Soprattutto si sono visti l’un l’altro con occhio diverso; se stessi con un occhio diverso. Hanno scoperto che in fondo ci vuole molto poco per crollare, per cedere. […] In fondo, bisogna un po’ conservare quelli che sono i nostri sentimenti con molta cura, perché i sentimenti che un uomo e una donna riescono ad avere tra loro sono le cose a cui bisogna veramente aggrapparsi, per salvarsi, nel mondo di oggi.” (Michelangelo Antonioni,1961)
Secondo capitolo filmico della trilogia dell’alienazione scritto e diretto da Michelangelo Antonioni (segue “L’avventura” 1960 e precede “L’eclisse” 1962), Orso d’oro al festival di Berlino, David di Donatello al miglior regista e tre nastri d’argento: al regista del miglior film, alla migliore attrice non protagonista (Monica Vitti, nel ruolo di Valentina Gherardini, giovane rampolla) e alla miglior colonna sonora (Giorgio Gaslini, nella sua unica collaborazione con il regista).
Sullo sfondo, la Milano degli anni sessanta e i suoi rumori, simbolo dei continui cambiamenti delle città industrializzate, emblema della metamorfosi urbana e cantiere sempre aperto. Antonioni, qui, inscena sia i multiversi aspetti della società, fatta di insensibili ed annoiati parvenu, individui mascherati e distonici, sia le complesse trame dei sentimenti, in particolare dell’amore, celate dagli individui più ricettivi: un turbinio di intrecci amorosi destinati ad un lento naufragare tra godimento ed angoscia, infelicità e diletto, sofferenza ed indifferenza. Il punto di vista? Decisamente femminile! Di fronte alla crisi intiera dell’uomo, persino lo scrittore annega la sua estrema sensibilità nella cinica cerchia mondana. Qui la morte diviene rivelatrice, relega nella lucidità, fa decadere l’individuo menzognero. Il visionario regista dilata e restringe lo spazio ed il tempo, asservendoli alle necessità registiche e demolendone l’antica convenzione. Non mancano i riferimenti letterari a cui rimanda per avvalorare le sue tesi: dai nocivi effetti dei piaceri sulla vita (citando Lord Palmerston) alla viltà del tempo presente, il suo essere anti-filosofico e all’incapacità decisionale derivante dalla democrazia (citando Robert Musil nel “L’uomo senza qualità”). Così come non mancano i riferimenti all’aetas aurea dei Tabarin, del jazz e delle sensuali danzatrici-contorsioniste à la Josephine Baker.
Dunque alla donna! alla donna viene affidato il ruolo di traghettare gli eventi; alla sua ipersensibilità e alla sua sconcertante capacità di osservazione e di interpretazione; dissonante ed imprevedibile come improvvisazioni jazzistiche, una donna d’altre vesti: una donna-flâneur.
Un film decisamente intimista.

fig. 1 - Valentina, Lidia, Giovanni

fig. 1 – Valentina, Lidia, Giovanni

fig. 2 - Jazz Band

fig. 2 – Jazz Band

fig. 3 - Giovanni e Valentina, incontro

fig. 3 – Giovanni e Valentina, incontro

fig. 4 - Milano

fig. 4 – Milano

fig. 5 - Tabarin

fig. 5 – Tabarin

fig. 6 - Donna in clinica

fig. 6 – Donna in clinica

Fig. 7 - Valentina, silhouette

fig. 7 – Valentina, silhouette

fig. 8 - Giovanni e Lidia Pantano

fig. 8 – Giovanni e Lidia Pontano