Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Antonio, dopo sei anni, resiste ancora. Forse c’è speranza.

di Lorenzo Peluso

Quando terminai la stesura del mio libro “Profumo e polvere di terra” nel maggio del 2013 auspicavo davvero un ritorno all’agricoltura, quale via d’uscita della crisi profonda del sistema economico dell’area del Vallo di Diano. Un auspicio che nasceva dalla profonda analisi delle capacità reali di un territorio con una vocazione agricola profonda. Poi la circostanza delle ingenti risorse economiche disponibili da Bruxelles per il rilancio del settore primario. A maggio del 2019, sono trascorsi sei lunghi anni, di risorse economiche ne sono state spese molte, troppe finanche, ma di agricoltura rinata non vi è traccia. Un’amara e desolate costatazione per un territorio che spende parole inutili in tema di rilancio ma che non trova la sua collocazione. Arrivando nel Vallo di Diano, è immaginabile, per la sua conformazione, una piana alluvionale, attraversata da un fiume e con abbondante acqua, che ci si possa trovare dinanzi ad una piana agricola sviluppata, con infrastrutture, andrebbero bene persino distese di serre agricole, dove magari viene prodotto il peperone del Vallo di Diano, oppure qualche migliaio di ettari di carciofo, o magari le patate, perché no, alla fin fine questa è montagna. Nulla di tutto questo, purtroppo. L’agricoltura, nonostante tutto, è niente, se no fosse per qualche coltivazione legata a quel poco di allevamento che vi rimane. Eppure, altri territori non distanti, con condizioni anche peggiori del vallo di Diano, hanno saputo, in breve tempo, meno di sei anni, trovare la loro strada propri grazie all’agricoltura. un esempio su tutti il Metaponto. In pochissimo tempo, grazie alla capacità ed alla volontà di credere al rilancio di un’area marginale e depressa, da parte dei piccoli imprenditori agricoli lucani, il Metaponto si è imposto in Italia ed in Europa con la sua fragola, oramai un “brand” affermato per il “made in Basilicata”. Lo dicono i numeri, sia chiaro. Oltre 60 milioni di piantine vendute (pari a circa 1.000 ettari e una produzione stimata di 20-25.000 tonnellate), una varietà prettamente autoctona, la Candonga, la più utilizzata dai produttori di fragola del Sud Italia e nella piana di Metaponto, impiegata nell’80 per cento degli impianti su una superficie di 600 ettari, per 60-70 milioni di euro di fatturato. Tutto molto semplice, dunque. Questa la ricetta per far rinascere un territorio. la risposta a tutto però è stata data da chi ha scommesso nell’agricoltura, da chi ha deciso di sporcarsi le mani. Cosa che non è accaduta per il Vallo di Diano dove non solo l’agricoltura è praticamente finita, ma soprattutto si continuano ad esternare solo chiacchiere da bar e da campagne elettorali, senza produrre nulla. Per una volta, forse, non ha responsabilità neppure la classe politica. Si, perché le opportunità per il rilancio agricolo ci sono state, sono state anche utilizzate, ma evidentemente in modo errato. Ad oggi, non vi è un solo prodotto agricolo caratterizzante che può essere identificato come prodotto del Vallo di Diano; nessun prodotto agricolo che si può trovare sul mercato in grado di poter rappresentare un brand, dunque un territorio. Soprattutto non vi è un solo prodotto agricolo capace di rappresentare l’essenza del mondo agricolo locale. Eppure vi sono dei buoni esempi, ancora resistono per fortuna. E’ certo il caso del carciofo di Pertosa-Auletta. Tuttavia, rimane confinato in una piccola nicchia di produzione. Perché occorre chiedersi? Stesso discorso può essere applicato per il fagiolo di Casalbuono. Piccolissime produzioni, certo di qualità, che non contribuiscono al rilancio del settore agricolo e soprattutto non si espandono in un’area, una piana agricola che è diventata sempre più solo una distesa di siepi e campi incolti. Eppure siamo tutti li a chiederci come frenare l’emorragia continua di giovani che scappano via. La verità è che di agricoltura ci si riempie solo la bocca, così come per l’allevamento. In questo caso, fa anche male dirlo, ma migliaia di tonnellate di latte, lavorato nei caseifici locali, arrivano da oltre frontiera. Dunque di cosa parliamo. Chiudevo il mio libro con un’intervista ad un giovane che aveva deciso di costruire la sua vita in agricoltura, anzi, nella pastorizia. Un piccolo gregge di capre. Dopo sei anni, resiste ancora. Forse c’è speranza.