Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Angioplastica, 15 mila pazienti a rischio in caso d’intervento chirurgico

redazione

Ogni anno 150 mila italiani subiscono un intervento di angioplastica, cioè il posizionamento all’interno dell’arteria coronarica di uno stent, una sorta di ‘mollettina’ di acciaio chirurgico rivestita di farmaci, utili a tenere aperta l’arteria coronaria. Di questi, nell’arco dello stesso anno, il 10% si deve generalmente sottoporre a un successivo intervento chirurgico di diversa natura, o a un’indagine diagnostica invasiva (come una colonscopica o gastroscopia) o anche a semplici cure odontoiatriche. Un problema rilevante, dal momento che l’angioplastica richiede l’assunzione a vita dell’aspirina, che ha funzione di antiaggregante, più un secondo farmaco anch’esso antiaggregante, necessari a evitare la formazione di trombi (trombosi di stent), altamente probabili nel corso del primo anno e che possono indurre la chiusura della ‘mollettina. Se da un lato la terapia antiaggregante è un salva-vita, dall’altro si associa a un importante evento collaterale: il sanguinamento chirurgico, evitabile con la sospensione temporanea dell’antiaggregante, la quale espone però al rischio di trombosi e quindi di occlusione dello stent coronarico e al possibile sviluppo di un infarto miocardico pre-operatorio, anche a domicilio ancora prima di eseguire l’intervento stesso. Eventi più che certi solo fino a qualche anno fa, oggi invece prevenibili grazie ad un protocollo ‘terapeutico’ del GISE (Società Italiana di cardiologia interventistica) e dalle Società Scientifiche dei chirurghi e degli Anestesisti, che misura la necessità di sospensione o prosecuzione della terapia antiaggregante in funzione del rischio emorragico di ogni singolo paziente e della tipologia intervento. Il protocollo, che dal 2011 a oggi ha coinvolto oltre 1000 pazienti coronaropatici, ha anche consentito di istituire un Registro prospettico, diventato linea guida nel trattamento di questa tipologia di pazienti sia in Italia sia negli Stati Uniti, grazie alla recente pubblicazione su CCI (Catheterization and Cardiovascular Interventions), rivista ufficiale della società americana di cardiologia interventistica. Il Registro e gli importanti risultati sono stati presentati in questi giorni al Congresso nazionale GISE insieme a moltissime altre novità di cardiologia interventistica, efficaci in termini di efficienza terapeutica e sopravvivenza. “Il 10% della popolazione italiana adulta – dichiara il professor Giuseppe Musumeci, Presidente GISE – è cardiopatica e, tra questi, circa 150 mila subiscono un intervento di angioplastica coronarica, ovvero il posizionamento all’interno di un’arteria coronarica di uno stent, una sorta di ‘mollettina’ metallica di acciaio chirurgico rivestito di farmaci, utile a tenere aperta l’arteria coronaria. La funzionalità di questo device è garantita dall’assunzione a vita di una terapia con farmaci antiaggreganti, in particolare con l’aspirina, e di un secondo antiaggregante che evita la chiusura della mollettina a causa della formazione di trombi (trombosi da stent): un rischio piuttosto elevato nel corso del primo anno”.  Una terapia che salva la vita, ma che costituisce un problema in caso di un successivo intervento chirurgico cui si deve sottoporre, anche nello stesso anno, il 10% di pazienti. Non solo. Ogni intervento chiururgico ed ogni esame ‘invasivo’ (da una colonscopia a un impianto dentistico) può diventare un vero ‘killer’ del paziente con stent. Se viene mantenuta la terapia, si rischia un pericolosissimo sanguinamento, se viene sospesa si rischia l’infarto. “Prima di un qualsiasi intervento chirurgico – continua Musumeci – la terapia antiaggregante va temporaneamente sospesa solo in caso di interventi molto invasivi per limitare il rischio di sanguinamento, a sfavore però di un aumento delle probabilità di formare dei trombi (trombosi da stent), che significano da un lato occlusione dello stent coronarico e dall’altro elevato rischio di infarto miocardico pre-operatorio, anche a domicilio ancora prima di eseguire l’intervento stesso”. Partendo da questo assunto, nel 2011 GISE e le principali Società Scientifiche dei chirurghi e degli Anestesisti hanno effettuato un importante lavoro sinergico nel quale i chirurgi hanno valutato il rischio emorragico del paziente e i cardiologi interventisti stimato il rischio trombotico, con un unico fine: stilare in un ‘protocollo ad hoc’ le indicazioni sulle sospensioni o la prosecuzione ottimali della terapia in funzione di ogni tipologia di intervento possibile. “Abbiamo pubblicato le conclusioni e i nostri suggerimenti pratici – dichiara ancora il Presidente GISE – su riviste nazionali e internazionali, tra cui Eurointervention, la rivista della società europea di cardiologia interventistica. Ma non solo: applicando queste linee guida ad oltre mille pazienti cardiopatici gestiti durante l’intervento chirurgico abbiamo istituito un Registro prospettico i cui risultati sono stati presentati al Congresso europeo di cardiologia interventistica a Parigi dalla Dr.ssa Roberta Rossini che ha coordinato il gruppo di lavoro e pubblicati di recente su CCI (Catheterization and Cardiovascular Interventions), rivista ufficiale della società americana di cardiologia interventistica, approdando così anche negli Stati Uniti”. Il Registro prospettico sarà argomento di discussione e confronta anche del 37° Congresso nazionale GISE di Genova (11- 14 ottobre), durante il quale la Società, a distanza di cinque anni, chiamerà nuovamente a raccolta le Società scientifiche dei chirurghi e degli anestesisti (18 Società Scientifiche) per un up-date del rischio chirurgico nel paziente cardiopatico. “Vi è infatti necessità di una formale revisione del protocollo – conclude Musumeci – in funzione delle nuove terapie antiaggreganti e della dotazione di tecnologie e strumentazioni più raffinate, tra cui stent innovativi che richiedono il ricorso molto più limitato a terapia antiaggregante post-chirurgica, per garantire al paziente coronaropatico una terapia sempre più efficace e ancor più ‘tailored-made’ alle sue necessità e per una migliore sopravvivenza. Infatti, grazie all’avanzamento delle cure e nuove tecnologie nel nostro Paese, negli ultimi 30 anni, la mortalità per cause cardiovascolari si è ridotta del 16%”.