Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Abbiamo bisogno urgente di legami sociali.

di Lorenzo Peluso.

Ho le mani fredde, quasi non riesco a scrivere. Avverto un senso di solitudine, una solitudine demoralizzante, intollerabile. Una sensazione di freddo gelido, quello di un inverso siberiano, che non finisce mai. Le ore non hanno più minuti; le città senza traffico. Nessun rumore. Non c’è folla. Nessuno più neppure parla. I palazzi sono pieni di gente, le scuole vuote. Le università silenziose. Non ci sono più studenti per strada; i cinema muti. Ristoranti, palestre, biblioteche, ovunque regna il silenzio. I campi sportivi reclamano la folla; persino le autostrade desiderano il traffico, i veicoli carichi, pieni di uomini e donne che vanno in tutte le direzioni. Gli autobus vuoti; i treno neppure puzzano più di sudore. Gli aerei solo un monumento ad Icaro, parcheggiati sulle piste silenziose. Le città, da uno stato all’altro, da un continente all’altro, sono divenute spettrali. Io, intanto ho freddo. Ho le mani fredde che non mi fanno neppure scrivere. Mi manca la gente, la folla al supermercato, in banca, all’ufficio postale. Il profumo del caffè al bar. Non c’è più nessuno sui sentieri di montagna, non c’è gente, ne fedeli in chiesa, nei santuario. nessuna fila al confessionale, davanti alla toilette delle stazioni. Non c’è folla neppure in sala d’attesa dal medico o dal dentista. Mi manca il rumore, non c’è neanche a volerlo, neanche a cercarlo, neppure a supplicarlo. Solo silenzio, in ogni momento del giorno e della notte. Mi mancano i giovani, i vecchi, gli stranieri, di furbi ed i fessi, i buoni e i cattivi. Quante volte mi son chiesto: dove va tutta questa gente?  Sette miliardi di persone, tutti di corsa, una corsa che non si ferma, non vuol saperne di fermarsi. Quante volte ho pensato che neppure ci fosse più spazio, su questa terra per tutta questa gente. Poi all’improvviso il silenzio. La solitudine che come un grido soffocato, silenzioso, che prorompe dal petto, implora rumore, suoni, sorrisi, folle, odori, parole. Un desiderio di voler abbracciare migliaia, milioni di uomini e donne. Un desiderio di voler sfiorare il viso, la mani di gente sconosciuta, degli affetti più cari. E’ una solitudine assurda questa. Un silenzio del mondo che crea giorno dopo giorno un abisso profondo che attanaglia la mente ed il cuore. E’ come morir di sete non in un deserto, al sole, ma in mezzo alla gente, nel cuore delle città, nel salotto di casa, in una terra solcata dai fiumi che però rimangono in silenzio. Ma cos’è, un brutto sogno forse? Le città, i palazzi, i grattacieli, spettrali. Grandi torri popolate da fantasmi. Dove sono le persone? Ma esiste ancora un Dio; dove? E se mi mettessi a gridare? Una persona che si mette a gridare, attira l’attenzione di tutti; cento, mille, diecimila persone che gridano tutte insieme, si fanno sentire. Ma cos’è questa solitudine? E’un male, è un gran bene?  Ma come può essere un bene se abbiamo bisogno di rumore, se abbiamo bisogno degli occhi dell’altro per sorridere. Non può essere un bene, no. Forse ho capito. Abbiamo per secoli lavorato a costruire luoghi dove noi tutti, la folla, potessimo esorcizzare l’angoscia della solitudine. Luoghi dove regna il rumore dove neppure possiamo parlare, ma nel rumore riusciamo a comunicare. Insomma, luoghi dove ognuno sembra vivere in solitudine, ma in realtà luoghi dove si condivide l’esserci, l’esistere. Abbiamo realizzato centri commerciali, discoteche, stadi; luoghi dove neppure puoi parlare con l’altro. Ma lo vedi, lo senti. Luoghi dove non hai neppure lo spazio al bar per fare quattro chiacchiere con un amico perché la musica è a tutto volume; perché al gente parla ad alta voce. Luoghi dove non è possibile parlare ed ascoltare; ma dove giochiamo ognuno una partita in solitaria ma condivisa. Insomma, luoghi dove la folla anestetizza la solitudine. Allora ecco cosa ci manca: la folla, la gente. Avvertiamo l’esigenza di vederla, di sentirla anche, l’inquietudine, l’agitazione, l’esasperazione emotiva della folla che è capace di qualunque degradazione al punto di aver certezza che l’essere in tanti, in troppi, cancella il senso della responsabilità individuale, ma tutto diviene esperienza collettiva. Ora che è tutto silenzio, ci mancano i rituali della società moderna. Le feste le sagre, le cerimonie, il santo patrono e le processioni. Ci mancano persino i funerali. Non siamo “animali” solitari, no. L’uomo moderno è l’uomo della folla. Non possiamo amare la nostra solitudine. Essere soli è diverso dallo stare da soli o dal sentirsi soli. L’uomo ha bisogno dell’altro, delle sensazioni, dei pensieri dell’empatia, della cooperazione. Abbiamo bisogno urgente di legami sociali. Quel che sta accadendo, è che questo maledetto virus ci toglie, giorno dopo giorno, le parole ed i silenzi dei colleghi, del vicino di casa, dello sconosciuto sul tram. Ci toglie le parole degli sconosciuti, ma anche dei genitori, dei figli e addirittura del partner. Tutti, non hanno altro che voglia di rinchiudersi in un manto protettivo di solitudine.