Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

A pagare la crisi sono i giovani, ancora di più se sono del Sud.

di Lorenzo Peluso.

“La mia preoccupazione è che ora che siamo alla vigilia di una nuova campagna elettorale sentiremo molti proclami ma in realtà il Sud, ancora una volta, sarà considerato solo un serbatoio elettorale”. E’ addirittura sconfortato il direttore generale della BCC di Buonabitacolo, Angelo De Luca, in visita alla nostra redazione. “Quello che la classe politica spesso, forse anche in modo volontario, è che la crisi ha lasciato segni distruttivi del tessuto economico e sociale quanto e come una guerra. Chi paga di più sono i giovani italiani” aggiunge De Luca. Con il direttore generale della BCC di Buonabitacolo proviamo a fare una riflessione partendo dal  primo rapporto integrato sul mercato del lavoro, ottenuto dall’incrocio dei dati del ministero del lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal. Un rapporto che, in verità, mette nero su bianco, numeri alla mano, una realtà drammatica con l’aumento della disoccupazione è soprattutto giovanile. Insomma, a chiari note, si legge che al Sud, per i giovani, la situazione è simile a quella della Grecia. Un mezzogiorno che paga una disoccupazione di lunga durata, diventata una malattia talmente endemica che la ricerca del primo impiego riguarda ormai la fascia dei trentenni. “Non si vuole vedere, evidentemente, ma in realtà 18 miliardi di decontribuzione alle nuove assunzioni non sono stati niente più che un solletico a questa situazione occupazionale drammatica con la conseguenza che tra qualche anno, questi buchi contributivi, peseranno come macigni sul bilancio dell’Inps, producendo una nuova povertà, quella fatta di gente matura, anziana, che non avrà neppure di che vivere” aggiunge il direttore De Luca. “A me piace fare i conti con i numeri, il politichese non mi inganna. Dunque parliamo di dati. Lo studio di riferimento parla chiaro:tra il 2008 e il 2016, il tasso di occupazione per i 15-34enni è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni. Insomma, la politica ha scelto che nella crisi i posti di lavoro sacrificabili erano quelli dei giovani, senza considerare minimamente gli effetti nel tempo di questa scelta. Si è privilegiato l’obiettivo di mantenere ad ogni costo chi già lavorava a discapito di chi doveva ancora entrare. Questa scelta ha prodotto che ad oggi l’età media della popolazione in età da lavoro è aumentata vertiginosamente, passando da poco più di trenta a più di quarant’anni tra il 1993 e il 2017, in soli 25 anni, e si stima arriverà a 45 nel 2036. Già oggi, peraltro, nella scuola e nella pubblica amministrazione, che in teoria dovrebbero essere settori innovativi e di frontiera, l’età media dei dipendenti si aggira attorno ai 48 anni. Del resto, se non puoi licenziare gli anziani, puoi solo bloccare il turnover. Ossia, non far entrare i giovani. Una scelta questa bendata che non guarda minimamente al futuro, soprattutto al Sud. Chi governa dovrebbe ben sapere che qui, al Sud, l’equilibrio finanziario oggi, all’interno delle famiglie, si basa anche sulla sussistenza di pensioni di anzianità, sussidi, ecc. Un dramma certo questo, che sopperisce alla mancanza di un lavoro strutturato e durevole. Ma qui il danno diviene doppio se non invertiamo la tendenza e favoriamo l’ingresso al mondo del lavoro alle fasce giovani, che nel tempo possano maturare una consistenza contributiva capace di produrre quel necessario livello qualitativo pensionistico in futuro. La disoccupazione giovanile di lunga durata produce effetti devastanti soprattutto di tipo sociale. I giovani che non riescono per anni a trovare un posto di lavoro, pur cercandolo, i dati dicono il 61,3% dei giovani disoccupati del Sud, sei su dieci, allora finiscono per non cercarlo più il lavoro. Diventa inutile e finanche stucchevole poi chiedersi il perché dell’aumento della criminalità in alcune aree del mezzogiorno” commenta il direttore De Luca. Insomma l’Italia un Paese non per i giovani oggi; neppure per gli anziani domani. “Di questo deve parlare la politica, di questo si deve occupare la classe dirigente di questo Paese ingessato ed inchiodato su questioni che francamente ci rendono ridicoli agli occhi del mondo” ha concluso il direttore Angelo De Luca.