Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Dai Mujahideen ai talebani in parlamento. La svolta in Afghanistan.

di Lorenzo Peluso.

Lo hanno fatto senza fare clamore. Un cambio netto di strategia, è evidente. I Talebani afghani hanno confermato ieri che nei giorni 14, 15 e 16 novembre si sono tenuti in Qatar colloqui con funzionari americani ”di alto livello”, così li hanno definiti, con l’obiettivo di mettere fine al conflitto in corso da 17 anni in Afghanistan, pur sottolineando che non è stato raggiunto un accordo su ”alcuna questione”. Insomma, un leggero passo in avanti su un sentiero complicato e  difficile. Altro punto da non sottovalutare è che i Talebani hanno aperto un ufficio politico a Doha che di fatto funziona come una ambasciata. Una sorta di apertura al mondo, per provare a farsi ascoltare, ben oltre le minacce e gli attentati. ”Ci sono stati colloqui preliminari e non è stato raggiunto alcun accordo su alcuna questione”, ha detto il portavoce dei Talebani Zabiullah Mujahid. ”Vogliamo rassicurare i nostri Mujahideen e la nazione musulmana che i rappresentanti dell’Emirato islamico non accetteranno mai qualcosa che non rispetta i principi islamici”, ha detto Mujahid. Gli ha replicato quasi istantaneamente l’inviato speciale degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad a Kabul, affermando di “comprendere la ‘complessità’ del conflitto”, ribadendo però la volontà di ”fare più progressi possibili il prima possibile”.

Insomma Zalmay Khalilzad ha espressamente fatto capire che c’è la speranza che un accordo di pace possa essere firmato prima delle elezioni presidenziale afghane, fissate per il 20 aprile del prossimo anno. Quel che farò comunque ben sperare è che i colloqui dei giorni scorsi in Qatar seguono altri incontri tenutisi nell’arco di due mesi. Insomma una strada di dialogo e confronto è aperta tra talebani e Stati Uniti. Un fatto decisamente nuovo che apre scenari diversi. Vien da riflettere però su cosa potrebbe accadere. Considerando che i talebani hanno sempre considerato l’attuale governo afghano ed il presidente Ghani un “fantoccio degli Stati Uniti”, si può immaginare che chiedano agli americani intanto di scaricare Ghani, insomma un cambiamento di equilibri nella geopolitica afghana. Tuttavia, gli stessi talebani hanno da sempre chiesto che gli americani lascino il paese, considerandoli una forza di occupazione. Questa circostanza potrebbe rappresentare una sorta di scambio alla pari. Riconoscimento del ruolo politico dei talebani, che a questo punto presenterebbero loro candidati alle presidenziali di aprile, contestale accettazione della presenza americana sul suolo afghano. Tutto però con la garanzia che cessino gli attentati e le stragi di civili.

Una pagina nuova per l’Afghanistan. Sono solo ipotesi, sia chiaro, anche perché in tutto questo “Grande gioco” ci sono altri attori che pretendono un ruolo. Innanzitutto il vicino Iran sciita, nemico giurato degli americani, che mal sopporterebbe la presenza USA sui suoi confini. Poi, non ultima, la Russia che ha assunto un ruolo di supporto nei confronti dei talebani e che chiaramente nel mirino ha di certo la sconfitta sul campo degli americani in Afghanistan, una sorta di rivincita storia a quel che accadde alla fine degli anni ’80 quando furono i russi a dover lasciare il paese sconfitti, sul campo, dai Mujahid. Ecco dunque come tutto vale il contrario di tutto in questo paese dove non c’è tempo per il tempo.