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Parere legale


Ma i diritti sono merce?


Come non si possono identificare le istituzioni con chi le rappresenta, così non si possono confondere i diritti con gli avvocati che, interpretandoli in cambio di un corrispettivo, hanno trasformato i principi in merce, rendendoli un bene di consumo acquistabile sul mercato delle regole come qualsiasi altra forma di competenza.

La professione legale, quindi, non differisce da nessun altra attività economica e l’avvocato non è un sacerdote, anche se, nel segreto dello studio, ottiene la confessione dei peccati del cliente e, senza il pentimento ma previo il pagamento di una parcella, lo aiuta ad aggirare la legislazione terrena. L’idea ottocentesca che per lungo tempo ha contrapposto la borghesia intellettuale a quella manifatturiera è ormai da tempo tramontata per cui è ridicolo sostenere che un imprenditore è meno qualificato di un professionista e non è in grado di scegliersi l’avvocato. Il quale, nonostante i profondi cambiamenti socio-economici intervenuti, rifiuta di modellare la sua identità professionale sul mercato, pretende che la sua competenza sia data per scontata e si ostina a non capire che, se vuol sopravvivere, deve adeguare la sua condotta alle regole del mercato. Con la totale cancellazione delle tariffe, operata dal governo Monti, è crollato il pilastro che consentiva di sostenere che l’avvocato, contraendo verso il cliente un’obbligazione di mezzi e non di risultato, non svolgeva attività d’impresa. Invece, la sistematica interferenza tra diritto ed economia, obbliga lo studio legale ad operare secondo parametri imprenditoriali per fare fronte ai costi sempre più elevati delle strutture ed alle esigenze di una clientela che vuol conoscere come e dove sia stata acquisita la preparazione, vuole controllare la predisposizione dei percorsi formativi e verificare periodicamente la professionalità. Dovrebbero essere gli stessi ordini a sottoporre i metodi di accreditamento al controllo dei fruitori delle prestazioni per dare maggiore credibilità ed affidabilità agli iscritti e per evitare che la clientela possa nutrire il dubbio che esistano angoli di opacità nella gestione del servizio. L’intervento di soggetti esterni non è un pericolo da scongiurare ma un obiettivo da perseguire. Mentre anche i ristoratori hanno reso visibile l’operato dei cuochi per rassicurare i clienti sulla genuinità delle pietanze, l’avvocato pretende, nel terzo millennio e senza il timore di essere sommerso da una montagna di risate, di rispondere solo alla sua coscienza e di appartenere ad una categoria privilegiata della cui dignità e del cui decoro deve farsi carico la collettività. Purtroppo, in nome di un passato che non passa e dell’orgogliosa rivendicazione di un’inesistente superiorità, chi è insediato ai vertici della categoria infiamma la platea, suscita l’emotività e annulla il raziocinio, mantenendo un immobilismo che gli garantisce di restarci. Demonizzare l’equiparazione dell’esercizio professionale all’attività d’impresa e la ricerca del profitto significa ignorare una realtà nella quale almeno un terzo dei 240.000 iscritti combatte ogni giorno per la sopravvivenza, anche se non ha il coraggio di dire cose diverse dal referente nel timore di ritorsioni. E questa paura è comprensibile alla luce di rapide e pesanti sanzioni nei confronti di chi applica prezzi troppo economici e, talvolta, deve assistere ad una giustizia blanda e lenta applicata ai responsabili di reati penalmente perseguibili. Decine di migliaia di questi giovani potrebbero trovare spazi professionali e gratificazioni economiche se si consentisse, come già avviene in Inghilterra, l’apertura di punti di consulenza legale all’interno delle catene della grande distribuzione ma nessuno osa affermare pubblicamente queste opportunità. Ma è giusto far pagare ai giovani il decoro dei vecchi ?


Note: di Riccardo Cappello.

Pubblicato il 08-05-2012, letto 231 volte

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