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Le trivelle nel cuore di un sito UNESCO.


Occorre capire, analizzare, documentarsi, prima di esprimere una saggia decisione in merito all’annosa questione che stanno affrontando i comuni dell’altopiano del Diano, tra Pertosa e Casalbuono, nell’estremo lembo meridionale della provincia salernitana.

Un territorio racchiuso tra due contrafforti, da un lato la Maddalena, sul confine con la Basilicata, dall’altro il Cervati, vetta più alta della Campania e cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Una situazione paradossale che propone l’annoso dilemma: sviluppo a quale prezzo? Ad innescare la discussione la recente richiesta della compagnia petrolifera Shell che intende effettuare sondaggi esplorativi alla ricerca di idrocarburi in ben otto dei quindici comuni dell’area. Una esplorazione che ha gli esiti già scontati visto che circa quindici anni fa fu la compagnia americana Texaco a tentare di portare alla luce l’oro nero che giace in fondo a quello che in epoche remote fu un lago pleistocenico. Probabilmente è proprio questa circostanza che preoccupa e non poco i cittadini dell’area che non credono nel progetto come “manna dal cielo” per la risoluzione di atavici problematiche legate essenzialmente alla mancanza di lavoro. Terra di emigrazione il Vallo di Diano; terra di beni culturali ed emergenze naturalistiche e ambientali di primordine. Al centro della valle, il simbolo della cristianità che in epoca romana trovò, proprio qui, le sorgenti di San Giovanni in Fonti, definite acque sacre, e dove fu edificato il Battistero paleocristiano, in verità non perfettamente conservato. A meno di un chilometro un altro segno indelebile di cultura e fede: la Certosa di San Lorenzo a Padula. Un complesso monastico tra i più importanti d’Europa, certamente il più importante dell’Italia meridionale. Dalla Certosa si può godere dello straordinario paesaggio naturalistico offerto dal Monte Cervati che con i suoi 1898 metri di altitudine conserva per oltre quattro mesi all’anno, nel periodo invernale, manti nevosi che si estendono tra i pianori di vetta e le prominenti faggete. A poca distanza il cuore culturale ed urbanistico del centro storico medioevale di Teggiano. A dieci minuti lo straordinario fenomeno carsico delle Grotte dell’Angelo, a Pertosa. Ecco dunque il cuore del patrimonio UNESCO che nel 1998 fece assegnare a questo luogo l’ambito riconoscimento di “patrimonio mondiale dell’umanità”. Un equilibrio ecologico che si fonde in un passato glorioso che ha lasciato segni indelebili di una cultura straordinaria. Un territorio che però non riesce, tuttavia, a trovare una sua precisa connotazione socio-economica. La valle, negli ultimi vent’anni, è stata invasa dal fenomeno della cementificazione incontrollata. Fertilissimo suolo agricolo è stato sottratto alle operose braccia che per secoli le hanno coltivate, per far posto a capannoni industriali, esempio palese di una improbabile industrializzazione mai arrivata. Ecco dunque la consapevolezza dei cittadini che forse, hanno compreso gli errori del passato e provano ad evitare le catastrofi del futuro. Sarà certamente questo lo spirito che unisce i numerosi movimenti di opinione che respingono con forza l’ipotesi petrolio. Saranno certamente gli esempi del mancato sviluppo tanto annunciato nella vicina Basilicata che da petrolio poco o nulla ha avuto. Sarà questo. In sostanza però, ancora una volta, mancando una pianificazione seria per lo sviluppo dell’area, ci si trova a confrontarsi con una ipotesi che pone dubbi ed interrogativi. Saranno le trivelle il futuro di un sito UNESCO che non ha eguali al Sud? Si vedrà; intanto conviene godersi il bello che c’è.


Note: di Lorenzo Peluso.

Pubblicato il 26-02-2012, letto 456 volte

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