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Parere legale


Il raddoppio dei termini per l’accertamento a una società non si estende automaticamente ai soci.


L’articolo 43 del D.p.r 600/1973 determina, nei primi 2 commi, i termini che ha a disposizione l’Amministrazione finanziaria per la notifica dell’avviso di accertamento.


Gli avvisi di accertamento devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è presentata la dichiarazione. Se è omessa la presentazione della dichiarazione oppure quest’ultima risulta nulla, l’avviso di accertamento può essere notificato fino al 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata. Al terzo comma viene previsto un raddoppio dei termini suindicati nei casi di violazione che comporta l’obbligo di denuncia ai sensi dell’articolo 331 del codice di procedura penale per uno dei reati tributari previsti dal D.Lgs. n. 74/2000. La sentenza n. 6019/40/2014 della Commissione Tributaria Regionale del Lazio ha statuito che non è consentito all’Agenzia delle Entrate utilizzare il raddoppio dei termini nei confronti dei soci di una Srl a base ristretta per gli accertamenti relativi alla presunta distribuzione degli utili extra contabili accertati in capo alla società. Anche se la società sia stata accertata beneficiando del termine raddoppiato, perché si era evidentemente in presenza di condotte che comportano l’obbligo di denuncia penale nell’ambito dei reati tributari di cui al D.Lgs 74/2000, l’utilizzo di tale termine più ampio non può essere esteso automaticamente ai soci, perché l’accertamento rivolto ai soci nasce da un autonomo e differente presupposto, ovvero la distribuzione degli utili presumibile dalla ristrettezza della base azionaria, condotta questa che non configura di per sé alcun profilo di reato. La vertenza è nata dall’emissione di un avviso di accertamento rivolto a una società di capitali, notificato oltre l’ordinario termine di decadenza. La società è caratterizzata da un numero esiguo di soci, quindi l’Agenzia delle Entrate ha proceduto alla contestuale emissione degli avvisi di accertamento rivolti alle persone fisiche, tassando la distribuzione degli utili extracontabili accertati alla società. Il giudizio di primo grado ha visto soccombere i contribuenti, mentre il giudizio di appello ha ribaltato la decisione dei giudici di prime cure. Gli utili accertati alla società rappresentano sì un elemento essenziale per l’emissione degli avvisi di accertamento nei confronti dei soci, tuttavia questi ultimi nascono da un differente e autonomo presupposto impositivo, ovvero la ristrettezza della base azionaria, con relativa presunzione di distribuzione degli utili. Perciò non può equipararsi la posizione soggettiva della società che viene accertata oltre il termine ordinario sul presupposto di un reato tributario, e la posizione dei soci, che vengono sottoposti ad accertamento su un presupposto diverso che non ha rilevanza penale. Dunque, per quanto riguarda i soci, non si può utilizzare automaticamente il raddoppio dei termini applicato per la società.


 


Note: Di Vincenzo Delli Priscoli.

Pubblicato il 27-10-2014, letto 68 volte

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