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Parere legale


Profili di criticità del nuovo redditometro. Il punto di vista di Vincenzo Delli Priscoli.


Nonostante i passi in avanti rispetto alla disciplina datata 2010, la nuova formulazione del redditometro, così come prodotta dal decreto ministeriale del 24 dicembre 2012, ha suscitato molte polemiche che mettono a rischio la legittimità e l’applicabilità dell’istituto.

Diversi sono i punti critici che caratterizzano il decreto: un numero eccessivo di indici di spesa (ben 100!) e la discutibile circostanza che le spese vengono associate alla tipologia di nucleo familiare e all’area geografica di appartenenza. Poche le note positive, su tutte: il contraddittorio obbligatorio con l’Amministrazione finanziaria e la qualificazione delle presunzioni da redditometro come “semplici”. Per di più si constata un abuso di decreti ministeriali (che hanno natura regolamentare e non costituiscono fonti di rango primario!) spesso utilizzati come veicoli per introdurre nuove discipline o estendere quelle già in vigore, contravvenendo, come in questo caso, all’articolo 23 della Costituzione che recita: “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Nonostante una giurisprudenza di legittimità che troppe volte non tiene in giusto conto questi profili di incostituzionalità, di recente c’è stata un’inversione di rotta della Suprema Corte sul redditometro. La Corte di Cassazione, con la sentenza numero 6396 del 19 marzo 2014, ha accolto il ricorso di un contribuente che aveva ricevuto un accertamento sulla base di una imbarcazione e un’auto di lusso. Per arrivare a questa conclusione, la sezione tributaria ha interpretato l’articolo 38, comma 4, del D.p.r. 600/1973, secondo cui, ricordano i Supremi giudici, “Il contribuente ha facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”. Dunque, al contrario di ciò che aveva argomentato l’Amministrazione finanziaria in giudizio, il testo della norma non impone affatto la dimostrazione dettagliata dell’impiego delle somme per la produzione degli acquisti o per le spese di incremento, semmai richiedendo al contribuente di vincere la presunzione, semplice o legale che sia, che il reddito dichiarato non sia stato sufficiente per realizzare gli acquisti e gli incrementi. Il che significa che nessun’altra prova deve dare la parte contribuente circa l’effettiva destinazione del reddito esente e sottoposto a tassazione separata agli incrementi patrimoniali se non la dimostrazione dell’esistenza di tali redditi. Al di là del caso in esame, spesso il contribuente è costretto ad effettuare delle “prove diaboliche” relative alla dimostrazione di non capacità contributiva e, in molti casi, di non sostenimento della spesa (se una spesa non si è sostenuta, come si fa a dimostrare?!). Ai fini della correttezza legislativa e. di conseguenza, di una legittima difesa, si rende necessario, come già accaduto in alcune sedi di merito, disapplicare il redditometro, proprio perché incostituzionale e illegittimo.  “Il sistema di valutazione previsto dal decreto ministeriale sul redditometro esprime un abuso di diritto, poiché impone l’uso di indici e coefficienti astrattamente applicati al fine di far scaturire un presunto valore di reddito non supportato da ragionevolezza, che invece deve essere esaminato volta per volta e caso per caso, così come il contribuente lo prospetta ed avvalora attraverso la documentazione prodotta”. (Sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Torino numero 39 del 2013).


Note: di Vincenzo Delli Priscoli - dottore in Legge.

Pubblicato il 15-04-2014, letto 98 volte

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