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L'intervista


Il mondo di Giovanna Mulas, la scrittrice sarda più volte candidata al Nobel per la Letteratura.


Lo scorso 22 agosto è stata inaugurata l’iniziativa culturale “Viaggi d’Autori”, promossa da Autolinee Curcio di Polla: un viaggio in bus in compagnia di uno scrittore che presenta un suo libro e si intrattiene a parlare con i passeggeri. L’autrice invitata per l’occasione è stata Giovanna Mulas, scrittrice, poetessa, giornalista e pittrice sarda, pluriaccademica al merito, vincitrice di 58 premi internazionali, più volte candidata al Nobel per la Letteratura, con all’attivo oltre trenta pubblicazioni tra romanzi, raccolte di poesie o di racconti, opere per il teatro. Poco prima della partenza la Mulas ci ha rilasciato un’intervista, rivelando grande disponibilità e l’umanità tipica dell’intellettuale al servizio della cultura.

Giovanna, da molti anni ti dedichi solo all’arte, incarnando un modello di intellettuale “impegnato” oggi quasi scomparso, che opera anche lontano dalle luci della ribalta, estraneo ai giochi di potere delle grandi case editrici che in Italia monopolizzano il mercato, imponendo autori, spesso al di là del loro reale valore artistico e culturale. A tuo parere, c’è ancora spazio in Italia per l’impegno?

Spazio non ce n’è, occorre ritagliarselo sempre e comunque, soprattutto in una nazione come l’Italia, in un contesto socio-storico-politico di forte crisi, mondiale non solo italiana. La problematica qual è ? L’andare contro corrente, contro la maggioranza dei media al servizio di un sistema, che votano contro di te, perché è per loro svantaggioso far sì che una voce non allineata, una pecora nera si faccia viva in mezzo al gregge. Io considero l’intellettuale come una persona che sta tra la gente. Penso che ci sia l’urgenza del ritorno alle piazze, sempre appartenute al popolo, ma che il popolo stesso ha dimenticato. Miro a questo e per farlo occorre scavare nella coscienza delle persone costantemente, coraggiosamente anche fastidiosamente, e in primis viaggiare dentro noi stessi, perché quello dello scrittore e del buon autore è un viaggio all’interno dell’io che poi viene riflesso sulla società.

Nei tuoi romanzi un elemento ricorrente è la magia, retaggio di un mondo arcaico che si insinua nella modernità quasi destabilizzandola, un potere che appartiene soprattutto alle donne, come per la figura dell’accabadora, colei che dà e toglie la vita, presente nel romanzo “Nessuno doveva sapere, nessuno doveva sentire”. La donna ha in sé qualcosa di misterioso rispetto all’uomo, qualcosa che le darebbe una marcia in più? Riesco a intraprendere un viaggio all’interno della figura femminile anche per il mio vissuto legato alla violenza (ndr. tre tentativi di omicidio subiti dall’ex marito). Penso che oggi ci sia forte necessità di riaccostare la figura femminile alla madre-terra, la madre creatrice. Io parlo spesso di “sorellanza” tra le donne, cioè quel sentimento del percepire qualcosa che va oltre le apparenze per spezzare i pregiudizi e l’omertà che appartengono alla nostra cultura. Mi riallaccio alla magia perché sono figlia della Sardegna e ciò fa parte di me, del mio sangue. Fin dall’inizio delle mie scritture ho cercato di infrangere i pregiudizi legati all’isola, come il banditismo, il malaffare, la disgrazia. Per questo ho voluto riallacciarmi a quell’elemento che invece appartiene da sempre alla cultura sarda, la magia, e riportare alla luce ciò che l’avvento della religione cattolica è andato a coprire: la madre-terra, la madre-natura, la dea madre, quello che ogni donna in fondo è e rappresenta.

Riuscire a conferire alla donna la sua giusta posizione nella società offre una speranza in più al mondo? Il futuro è donna?

Non potrei dire il contrario. Io vedo in futuro un’umanità nuova e non voglio credere che sia una semplice, mera utopia. Un’umanità nuova costruita principalmente dall’unione delle donne stesse, innanzi tutto come madri, educatrici, noi che tramandiamo da sempre nei popoli la cultura. Ecco la forte responsabilità della donna in una società come quella odierna mercificata, perduta nel superficiale, nell’apparenza.

La donna allora è come un ponte di collegamento tra l’antico e il moderno. Ma cosa è più giusto salvare del mondo che ci ha preceduto, per portarlo nella modernità così assillante, che ci cambia continuamente gli orizzonti?

Noi viviamo in una società formattata, in un sistema che da decenni ci ha plagiati, dove i media hanno una responsabilità fortissima e sono spesso al servizio dei potenti di turno. Una società formattata contro la quale è difficile lottare. Occorre conoscere il passato per poter prevedere, fin dove è possibile prevedere, quale sarà il nostro domani. Quando ci si rende conto di vivere in sistema, in una storia addirittura riscritta “ad usum delphini”, ad uso del potere, a favore del più forte, si va a lottare sempre controcorrente. Io amo dire che la forza più grande di una donna è la conoscenza. Sarebbe più facile lavorare di conoscenza, di consapevolezza se avessimo quell’unità di fondo che si è persa nel sistema odierno, il quale è tale da far sì che l’individualismo sia forte, da spezzare il dialogo, il confronto critico tra le persone. Ecco cosa significa riappropriarci delle nostre radici per favorire un futuro che mi auguro migliore per i nostri figli. In un mondo che mira all’efficientismo bisognerebbe ritornare allo slancio vitale che la donna è capace di mettere un po’ in tutto, per ridare spessore all’esistenza. La persona oggi ha valore per ciò che ha e non per ciò che è e porta dentro. Occorre rompere questi schemi, anche se è difficile. Per questo la responsabilità dell’intellettuale è profonda. Bisogna ritornare alla piazza in mezzo alla gente, parlarle, solo così si crea la consapevolezza, la voglia di conoscenza.

Giovanna, tu infatti hai subito accolto l’invito a sperimentare una forma innovativa di incontro con le persone, attraverso il viaggio. La novità dell’evento può incuriosire e avvicinare le persone alla lettura, un’attività in cui noi italiani, soprattutto al Sud, non eccelliamo?

La lettura è indispensabile per crescere, per cambiare. Ma un lettore sa distinguere la buona lettura dal puro commercio? Non si può leggere a prescindere, leggere solo ciò che impone la pubblicità o la catena delle librerie. Le librerie indipendenti riescono a mala pena a resistere coraggiosamente e a proporre qualcosa di nuovo. In questi casi siamo in presenza di elementi coraggiosi e forse incoscienti. Ma bisogna resistere, è un momento di resistenza intellettuale, occorre lavorare di conoscenza sul lettore, che non deve subire tutto ciò che gli viene dato da bere attraverso la pubblicità. In una società che tartassa il lettore con la pubblicità è difficile non essere plagiati. Per questo è importante lo sforzo delle librerie indipendenti, delle associazioni culturali e di tutti coloro che favoriscano l’incontro tra le persone, il dialogo, il pluralismo. Non bisogna arrendersi.

Da questo di cui parli nasce anche l’esperienza de “Un libro sospeso”, ideata da Michele Gentile, a Polla, nel Vallo di Diano. Un’iniziativa di solidarietà sociale e di importanza culturale che non è stata ancora compresa e valorizzata come merita.

“Un libro sospeso” è un’iniziativa ammirevole e andrebbe maggiormente sostenuta.

Qual è il messaggio che vuoi rivolgere ai giovani?

Lo dico da madre prima che da scrittrice: essere se stessi, mai perdersi nella massa, riflettere su ciò che viene propinato come giusto, leggere, conoscere, viaggiare per quello che è possibile, per ampliare i propri orizzonti, aprirsi a nuove prospettive di vita e a nuove culture. È paradossale, infatti, l’ondata di razzismo che sta attraversando l’Italia, un paese figlio di emigranti, razzista nei confronti di disperati che fuggono da guerre verso le quali l’Occidente ha fortissime responsabilità politiche e storiche. Ai ragazzi bisogna fornire questo: che si trovino nelle condizioni di pensare con la propria testa, di comprendere come l’apparenza non porta a nulla. Noi adulti per primi dobbiamo dare l’esempio: coltivare se stessi, l’interiorità, anche andando contro corrente nei confronti di una società persa nell’individualismo, nella superficialità e nell’apparenza.

Che ne pensi del Sud? Ha una speranza di riscattarsi dalla sua pesante eredità storica?

Il Sud è sempre stato una vittima. La speranza può essere data dal creare una nuova consapevolezza nei giovani. Perché ciò accada gli adulti e la scuola hanno un ruolo fondamentale. Ma purtroppo la tendenza attuale va verso una privatizzazione del sistema di istruzione che non potrà certamente favorire il Sud.

Tra le forme artistiche del nostro presente la poesia negli ultimi anni è stata riscoperta. Cosa rappresenta per te questo maggiore desiderio di poesia nelle persone?

La poesia, come l’arte in genere, è espressione di un desiderio di conoscenza, di una vita più autentica, qualcosa che permette di scavarci dentro e riscoprirci, liberarci da quel guscio che ci è stato costruito addosso. L’uomo è poesia e in lui va risvegliata questa esigenza. È compito degli artisti farlo, compresa te.


Note: di Paola D'Angelo.

Pubblicato il 29-08-2015, letto 146 volte

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